Pane ai semi di lino e curcuma

Era il 16 ottobre del 1981 quando la FAO (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) ha promosso la Giornata Mondiale dell’Alimentazione. Dal 2006, è stato deciso per lo stesso giorno, di celebrare anche la giornata mondiale del pane al fine di incoraggiare le persone al consumo e promuovere la cultura del pane fresco. 

Sono oramai diversi anni che faccio il pane; i primi tentativi mi hanno subito incoraggiata e sentire il suo profumo spargersi per tutta la casa, quando è nel forno a cuocere, mi dona un senso di famiglia che mi rallegra.

Alla base per una buona riuscita ci sono le farine di qualità e la pasta madre ben rinfrescata e attiva. Poi ci si può sbizzarrire aggiungendo ingredienti, modi e tempi di preparazione, o semplicemente dando forme diverse alle pagnotte.

Questo è il pane di oggi, preparato con semi di lino e curcuma a dare un tocco di profumo, sapore e colore in più.

Ingredienti per 2 pagnotte 800/900 grammi

500 g di farina 0
300 ml di acqua circa
150 g di pasta madre già rinfrescata
2 cucchiaini di sale marino integrale
1 cucchiaio raso di curcuma in polvere
1 cucchiaio colmo di semi di lino

Nella planetaria versare la farina, il sale, la curcuma, i semi di lino e miscelare per un minuto.

Sciogliere la pasta madre in metà acqua a temperatura ambiente e aggiungerla alla miscela secca iniziando ad impastare. Versare poco alla volta la restante acqua facendo attenzione a che l’impasto non risulti colloso. Continuare ad impastare sino a quando non inizia ad incordare. L’impasto ottenuto deve risultare liscio, elastico ed omogeneo.  Sbatterlo 3-4 volte sulla spianatoia, incidere una croce sulla sommità, metterlo in una ciotola coperta da un panno e lasciare riposare in frigorifero per un notte.

Riprendere la ciotola e porla in un luogo asciutto, lasciare lievitare l’impasto per almeno 6 ore, finché il volume non sarà raddoppiato. Trascorso questo tempo lavorare la pasta per formare due pagnotte da trasferire in una teglia rivestita con carta da forno. Ai lati di ogni pagnotta arrotolare un canovaccio e tenerle separate tra loro (come nella foto) ciò servirà a farle crescere di volume in altezza senza allargarsi troppo. Far lievitare ancora 2 ore.

Accendere il forno alla massima temperatura, una volta infornato abbassare a 200° e cuocere per 30 minuti circa.

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Zucchine in modalità giardiniera

Torno a parlare di zucchine, anzi no le cucino in modo da poterle conservare. Quando è stagione hanno un sapore delizioso e bisogna approfittarne, anche se si possono comprare tutto l’anno, quelle coltivate in aperta campagna non sono paragonabili a quelle cresciute in serra.

Se navigate tra le mie ricette compaiono spesso e volentieri, ad esempio nella Torta “sanremese” di zucchina trombetta, come contenitore nelle Zucchine tonde ripiene di Jasmine rice, in accompagnamento ai Filetti speziati di merluzzo oppure… curiosate, curiosate 😉

Questa volta ho pensato di prepararle in giardiniera, quella classica è composta da diverse verdure a seconda del gusto, ma il procedimento da seguire è uguale.

Per ottenere due o tre vasetti non molto grandi ecco cosa fare:

4 zucchine medie
1 bicchiere di aceto di vino bianco
4 bicchieri di acqua
1 cucchiaio di zucchero
1 cucchiaio di sale grosso
qualche foglia di alloro (facoltativo)
olio extra vergine d’oliva

Lavare le zucchine e tagliarle a rondelle di 1 cm circa.

In una pentola mescolare l’aceto e l’acqua con lo zucchero, il sale e qualche foglia di alloro, portare ad ebollizione.

Sbollentare le rondelle di zucchine per 3 minuti circa, meno se piacciono più croccanti che morbide.

A cottura ultimata scolare bene e sistemare la verdura nei vasetti di vetro, inserire anche una foglia di alloro se piace, versare sopra il liquido di cottura ancora caldo a ricoprire il tutto, sigillare con un filo d’olio e chiudere con il tappo. Si deve creare il sottovuoto.

Conservare i vasetti in luogo fresco, aspettare almeno 3 giorni prima di assaggiarle.

Pane di zucca

Ottobre, è tempo di zucca! Povera di calorie ma ricca di nutrienti, di questo ortaggio non si butta via niente semi compresi, buoni e salutari soprattutto per i maschietti. Qui da me la trovate utilizzata per preparare un Risotto con funghi porcini, zucca e Quartirolo Lombardo, come gustoso ripieno dei Tortelli di zucca, nella preparazione di due dolci il Pumpkin Bread ed il Crumble castagne e zucca, inoltre i semi nella Granella di semi vari.

Mancava giusto il pane… detto fatto, e una volta preparato potete gustarlo al meglio servito in accompagnamento a formaggi e confetture.

500 g di farina 0
300 g di polpa di zucca
10 g di sale
1 bicchiere d’acqua + più quella necessaria all’impasto
1/4 di panetto di lievito di birra fresco (6 g)
1 cucchiaino di malto d’orzo o di miele

spago da cucina

Pulire e tagliare a tocchetti la zucca, cuocerla nel forno a 180° per 10 minuti, farla intiepidire e frullarla.

In una ciotola versare la farina, la zucca oramai raffreddata ed il sale, fare un buco al centro e versare il lievito sciolto in precedenza insieme al malto o miele in un bicchiere d’acqua a temperatura ambiente.

Iniziare ad impastare aggiungendo poca acqua alla volta, non c’è una misura precisa poichè la zucca è umida ed ogni impasto può risultare differente.

Ottenuto un panetto compatto e non appiccicoso metterlo a lievitare sino al raddoppio, coperto da un panno. Ci vorranno almeno 3 ore.

Trascorso il tempo necessario, riprendere l’impasto e dividerlo in più parti, anche di misure differenti. Lavorare ogni panetto formando una palla e con lo spago da cucina fare 4 intrecci per ottenere 8 spicchi.

Lasciarli riposare ancora per un’ora coperti con un canovaccio.

Accedere il forno alla massima temperatura, cuocere le zucche di pane abbassando la temperatura subito a 200 ° per i primi 10 minuti, poi a 180° per altri 15 minuti.

Pizza al piatto tipo napoletana per il Club del 27

Riprendiamo i ritmi del dopo vacanze cioè la buona abitudine di pubblicare con il Club del 27.

Questo mese vi porto nel magico mondo delle pizze. Storia, etimologia, conferimenti di ogni tipo, in rete trovate di tutto e di più; è il nostro alimento più conosciuto all’estero e dal 2017 l’Unesco ha dichiarato l’arte del pizzaiolo napoletano patrimonio immateriale dell’umanità.

Lo sapevate che esiste l’effetto pizza? In sociologia si parla di effetto pizza quando un fenomeno locale ha successo prima all’estero che nel paese d’origine, dove torna da protagonista in un secondo momento.
Il primo a parlarne fu nel 1970 l’antropologo Agehananda Bharati, egli prese ad esempio la prima pizzeria di New York che aprì i battenti nel 1905, da un’idea dell’emigrante Gennaro Lombardi ben 15 anni dopo l’invenzione della prima Margherita, il successo fu immediato e la pizza divenne famosa prima negli Usa e successivamente in Italia.

Ma come tagliare una pizza in parti uguali? Per questo ci sono venuti in aiuto due brillanti matematici statunitensi Rick Mabry e Paul Deiermann, che hanno sviluppato addirittura un teorema: se tagliamo una pizza 3, 7, 11, 15 volte, e così via, senza passare dal centro e prendendo le fette in modo alternato, a riempirsi di più lo stomaco sarà chi si aggiudica la fetta contenente il centro. Se invece la si taglia 5, 9, 13, 17 volte, vale il contrario: chi prende il centro, mangia di meno. Provate e sappiatemi dire 😉

Ma torniamo alla pizza che vi propongo, ho utilizzato il lievito madre o pasta madre che dir si voglia, e preparato un impasto che richiede una lievitazione lunga. In fondo alla ricetta trovate anche la versione lievito di birra, potrete così scegliere il metodo che preferite.

E il condimento? Il bello della pizza è proprio questa sua versatilità, poter scegliere e preparare le versioni più disparate, ananas compreso!

Pizza con lievito madre con prefermento (4 teglie tonde o 1 rettangolare):

450 g di farina 00
320 ml di acqua
30 g di lievito madre
15 g di sale
10 cucchiai di pomodori pelati
250 g di mozzarella fiordilatte sgocciolata

origano

olio extra vergine d’oliva
1 melanzana grigliata
3 cucchiai di Parmigiano Reggiano

Sciogliere il lievito madre con 130 ml di acqua, aggiungere 130 g di farina, incorporare velocemente e lasciar riposare per 2 ore.

Setacciare il resto della farina e, in una ciotola fare la fontana, aggiungere il lievito madre, il resto dell’acqua e il sale sulla farina, verso il bordo della ciotola (in modo tale che il sale non tocchi il lievito da solo ma insieme alla farina). Iniziare a incorporare man mano, intridendo con le dita e poi una volta terminato ribaltare sul piano da lavoro e impastare per una decina di minuti, sbattendo e piegando più volte.

Fare una palla, trasferirla in ciotola, coprire con pellicola e mettere subito in frigo. Lasciar maturare 8/10 ore, io ho preparato l’impasto la sera prima e lasciato in frigo 16 ore.

Togliere dal frigo e lasciar a temperatura ambiente per 2/3 ore e comunque fino a quando l’impasto risulti gonfio. Prendere un quarto dell’impasto e porlo sul piano da lavoro, stendere con le mani, senza schiacciare, ma allargando l’impasto dal centro verso il bordo, infilare le mani sotto il disco di pasta fino a poggiarlo su metà avambracci e traferire in una teglia rotonda oliata. Procedere allo stesso modo con il restante impasto.

Lasciar lievitare altre 2 ore, nel frattempo accendere il forno alla massima temperatura insieme alla teglia che servirà per la cottura, senza mai aprire lo sportello.

In una tazza condire il pomodoro con olio e origano e un pizzico di sale, stenderlo sulla pizza, aggiungere la mozzarella e da ultimo le melanzane cosparse di Parmigiano Reggiano.

Prelevare la teglia dal forno, trasferirci il disco di pizza, senza oliare. Infornare per 5 minuti al ripiano più basso, poi altri 4/5 minuti nel ripiano più alto.

Procedimento con lievito di birra (4 teglie tonde o 1 rettangolare):

450 g di farina 00
250 ml di acqua
1 g di lievito di birra
12 g di sale

Misurare l’acqua, versarla in una ciotola, prelevarne una piccola quantità in due tazzine differenti: in una sciogliere il sale, nell’altra il lievito di birra.

Versare il contenuto con il lievito di birra nella ciotola con l’acqua e iniziare ad aggiungere gradualmente e lentamente la farina setacciata più volte a parte, incorporandola man mano all’acqua, poi finita la farina aggiungere il sale sciolto in acqua, continuare ad amalgamare  fino a raggiungere il “punto di pasta”. All’incirca ci vorranno una decina di minuti.

Ribaltare sul piano da lavoro e lavorare 20 minuti, passaggio estremamente necessario per ottenere un impasto non appiccicoso, morbido ed elastico e una pizza soffice e asciutta.

Piegare e schiacciare ripetutamente, poi all’avvicinarsi dei 20 minuti l’impasto diventerà morbido e sempre più cedevole e infine avrà un aspetto setoso. Riporlo in una ciotola di vetro o porcellana, coprire con pellicola e lasciar lievitare per 2 ore.

Dividere l’impasto i 4 panetti e riporli su un telo non infarinato, lasciar quindi lievitare per 4/6 ore a una temperatura di 25°C.

Riscaldare il forno alla massima temperatura insieme alla teglia che servirà per la cottura, senza mai aprire lo sportello.

Stendere un panetto alla volta su un ripiano, spolverato con farina di semola, senza usare il mattarello ma allargandolo con le mani, dal centro verso il bordo, e se riuscite, come fanno i pizzaioli veri, facendolo debordare roteandolo, in modo che avvenga un’estensione più delicata.

Prelevare lo stampo dal forno, trasferirci il disco di pizza, senza oliare. Infornare per 5 minuti al ripiano più basso, poi altri 4/5 minuti nel ripiano più alto.

Cous cous vegetariano

Il cuscus o cous cous è un alimento tipico del Nord Africa, della Sicilia occidentale (famoso il Cous Cous Fest di San Vito lo Capo nel trapanese) e della Sardegna sudoccidentale (Calasetta, Isola di Sant’Antioco e Carloforte) dove prende il nome di Cascà. È costituito da granelli di semola di frumento cotti a vapore, versatile e adatto in tutte le stagioni è facile da preparare, basta seguire alcune regole.

In commercio si trova precotto, per completare la sua preparazione va versato in una pirofila, dopo averlo condito con un cucchiaio di olio extravergine d’oliva, e ricoperto a filo di brodo vegetale bollente, le proporzioni sono 1 a 1. Coperchiate e lasciate gonfiare i granelli per qualche minuto. L’importante è NON usare semplice acqua, se dovete fare una preparazione dolce potete aromatizzare l’acqua bollente con anice stellato, un pezzetto di zenzero fresco spellato o qualche chiodo di garofano.

Non mescolate mai ma lasciate assorbire il liquido, una volta gonfio sgranatelo bene con la forchetta. Nel caso di un piatto salato, regolate di sale il liquido che utilizzate oppure il condimento che mescolerete al cous cous.

Servitelo sempre caldo o tiepido, il freddo facilita la formazione di grumi. Infine, se volete il cous cous ancora più gustoso, preparatelo in anticipo, così che la semola abbia il tempo di impregnarsi bene di tutti i sapori rilasciati dal condimento.

In rete troverete molte varianti, vi propongo la versione salata di base, voi sbizzarritevi a piacimento, le dosi sono per due persone.

120 g di cous cous cotto in brodo vegetale e sgranato
8 fette di melanzana grigliata 
8 pomodorini freschi tagliati in 4  
1 carota lessata tagliata a rondelle 
1 gambo di sedano tagliato a tocchetti 

1 patata lessata tagliata a tocchetti
1 zucchina lessata tagliata a rondelle

1/2 avocado tagliato a tocchetti (facoltativo)

2 cucchiai di olio extravergine d’oliva

sale

Preparare il cous cous come ho spiegato in premessa.

In una ciotola capiente versare tutte le verdure, tenere da parte la melanzana, e condirle con l’olio emulsionato al sale. Condire allo stesso modo le fette di melanzana, faranno da base come potete vedere nella foto. Pomodorini e sedano li lascio crudi per dare freschezza al piatto.

Aggiungere alle verdure il cous cous, mescolare bene impiattare e servire.

Chocolate Chip and Cookies

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E’ il momento dei biscotti al cioccolato. Profumano la casa quando si preparano e mettono di buonumore; praticamente buoni, utili e terapeutici!

La storia racconta che Ruth Wakefield nel 1938, nel pieno della Grande Depressione, inventò i Chocolate Chip and Cookies per caso. Rimasta a corto di nocciole per preparare i biscotti al burro, pare avesse spezzato una barretta di cioccolato e mescolato i pezzi all’impasto dando vita ad un’icona che resiste ancora oggi. Durante la Seconda Guerra Mondiale, questi biscotti venivano spediti ai soldati americani al fronte, ciò li rese famosi in tutta la nazione.

Nella mia ricetta utilizzo due eccellenze alimentari: il cioccolato fondente almeno al 77% con una parte di Criollo e l’estratto di Vaniglia Bourbon del Madagascar (in fondo all’articolo trovate un breve approfondimento).

Ingredienti per ottenere circa 40 biscotti grandi o 60 medi

185 gr. di burro
185 gr. di zucchero semolato
1 cucchiaino da caffè di estratto di Vaniglia
370 gr. di farina 00
200 gr. di cioccolato fondente
1 uovo + 1 tuorlo
7 gr. di lievito in polvere oppure 5 gr. di lievito in polvere e 2 gr. di bicarbonato per dolci
1 pizzico di sale

In una ciotola unire il burro a pomata (lasciare il burro a temperatura ambiente e lavorarlo quando diventa morbido come una pomata) allo zucchero insieme al pizzico di sale e all’estratto di vaniglia. Si deve ottenere una crema liscia ed omogenea. Aggiungere un uovo intero e un tuorlo e continuare a lavorare il composto, da ultimo unire la farina precedentemente setacciata coi lieviti e successivamente il cioccolato fondente a pezzi, in questo modo non si farà fatica a distribuirlo bene nell’impasto. Amalgamare bene tutti gli ingredienti.

Dividere l’impasto in due, modellare con le mani ogni pezzo a forma di un lungo cilindro, nel modo più regolare possibile.

Coprire con carta di alluminio avvolgendo ben stretto e chiudendo ai lati tipo caramella, porre a riposare in frigorifero per mezz’ora oppure in congelatore per 15 minuti.

Scaldare il forno a 180° in modalità statica.

Eliminare la carta di alluminio e con un coltello affilato tagliare il cilindro in fette spesse circa 2 cm. Se il composto tende leggermente a sbriciolarsi, man mano che si tagliano le fette, basta aggiustarle un po’ ricompattandole.

Disporre i biscotti ottenuti sulla placca da forno foderata con l’apposita carta e cuocere per 12/13 minuti, fino a moderata colorazione.

Si conservano in una scatola di latta per giorni.

La vaniglia viene utilizzata per aromatizzare dolci, zucchero, latte e altre preparazioni di pasticceria, ma anche nei piatti salati, soprattutto nelle cucine orientali e africane. In natura si trova sottoforma di baccelli, è piuttosto costosa. Per aromatizzare un dolce senza dover mettere in infusione il baccello di vaniglia lo si può aprire in due parti per il lungo ed estrarne la polpa interna che va unita direttamente agli altri ingredienti.

La più diffusa è la vaniglia Bourbon, che viene dal Madagascar (oggi primo produttore al mondo), vi è poi la vaniglia Messico, la Tahiti, la Papua Nuova Guinea e la India. L’estratto ottenuto dai baccelli viene dosato nelle preparazioni, mentre l’olio essenziale non è commestibile e si utilizza per profumare gli ambienti e per i massaggi, ha proprietà calmanti. La molecola aromatica principale presente nella vaniglia naturale è la vanillina: i semi della vaniglia ne contengono dall’1,5 al 4%. È un composto che si ottiene anche sinteticamente e a basso costo con l’avvertenza di saperla dosare correttamente, per insaporire un dolce ne basta davvero poca per non rischiare di rendere il dolce stucchevole ed amaro.

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Sardenaira

La prima volta che mi hanno offerto la Sardenaira ero a Sanremo, ed ho creduto di trovarmi davanti ad una pizza marinara al taglio. Niente di tutto ciò, questa è una vera specialità tipica della provincia di Imperia che risale al 1300 e si è diffusa anche oltreconfine, a Montecarlo e Nizza.

Viene chiamata Pissalandrea ad Oneglia, per onorare l’ammiraglio Andrea Doria, Pisadala a Bordighera, Pisciadela a Ventimiglia assonante con la Pissalandière a Nizza, Sardenaire a Sanremo perché era guarnita con le sardine sottosale, Macchettusa ad Apricale per l’uso di una delle cinque salse da mortaio liguri, il Machetto, infine Piscadra a Pigna.

Tanti nomi diversi per un’antica focaccia condita che nel tempo si è arricchita dell’aggiunta dei pomodori, introdotti subito dopo la scoperta dell’America ed il loro arrivo in Europa.

Nel prepararla mi son ben guardata dal tentare sperimentazioni o strane variazioni, ho seguito i dettami di veri liguri che meglio di me conoscono la ricetta. Il risultato è… slurp!

Per 2 Teglie 23×30 o 1 da 30×40
250 ml di acqua
12 g di lievito di birra fresco
12 g di sale fino
500 g di farina 00
60 ml di olio etra vergine di oliva
500 gr di pomodori pelati
14 spicchi di aglio vestito
100 g di olive taggiasche in salamoia
12 filetti di acciughe sotto sale
sale fino
olio extravergine di oliva
origano essiccato

Impastare la farina con l’olio e 150 ml di acqua. Dopo circa 5 minuti aggiungere il sale precedentemente sciolto in 50 ml di acqua. Continuare ad impastare per altri 5 minuti. Aggiungere il lievito sciolto nella restante parte dell’acqua e lavorare fino ad ottenere un impasto liscio e morbido. Lasciare riposare per circa 20 minuti in una ciotola coperta con uno strofinaccio da cucina. Trascorso questo tempo stendere l’impasto con le mani nella teglia precedentemente oleata. Lasciare riposare per 1 ora.
Mentre l’impasto lievita preparare gli ingredienti. Spezzettare grossolanamente i pelati, snocciolare le olive e sciacquare i capperi per eliminare il sale. Procedere al condimento della Sardenaria mettendo i pelati ben distribuiti, aggiungere le olive e i capperi sparsi. Con le mani dividere i filetti di acciughe a metà e distribuirli. Aggiungere abbondante olio extra vergine di oliva. Spolverare di origano essiccato. Cuocere in forno a 210 gradi per circa 25 minuti circa. Controllare sempre la cottura che può variare a seconda del forno. Sfornare ed aggiungete altro origano e olio a crudo.

Crostatine di grano saraceno e marmellata di arance

Il grano saraceno (grano nero o formenton) è una pianta erbacea. Anche se viene collocato tra i cereali non è un cereale ma uno pseudocerealeAppartiene alla famiglia delle Polygonaceae, la stessa degli spinaci e delle barbabietole, se ne utilizza il frutto che è una spiga composta da chicchi triangolari e di colore bruno-grigio. Perfetto sostituto di pane e pasta, depura l’organismo contrastando i gonfiori ed il grasso addominali, così come il sovrappeso. Vanta numerose qualità, è ricco di ferro, zinco e selenio, quindi utile per combattere il diabete ed è un antidoto eccezionale contro le emorragie. I suoi chicchi semplicemente lessati e poi saltati in padella con un filo d’olio, ripuliscono il corpo dai grassi cattivi aiutando la riduzione di colesterolo e trigliceridi. E’ presente in molte preparazioni, dai pizzoccheri alla polenta taragna, ma soprattutto nei dolci e nella cucina di montagna.

Perfette per la colazione, le mie crostatine con farina di grano saraceno le ho abbinate con la marmellata di arance che conferisce loro un gusto dolce ma non stucchevole.

Dosi per 6 crostatine oppure 1 crostata

150 g di farina tipo 1
150 g di farina di grano saraceno
100 g di zucchero di canna
80 g di burro
2 uova
1 pizzico di sale
2 cucchiaini di lievito per dolci
1 o 2 cucchiai di acqua
250 g di marmellata di arance

Mischiare le due farine con il lievito, lo zucchero ed il sale, aggiungere il burro a pomata (deve essere molto morbido) e le uova.

Impastare velocemente, se necessario aggiungere poca acqua, formare una palla e avvolgerla nella pellicola, lasciare raffreddare in frigo per mezz’ora.

Riprendere l’impasto, stenderlo con il mattarello in una sfoglia alta 1 cm, ritagliarla in 6 parti, rivestire piccole teglie da 8 cm di diametro imburrate e infarinate, bucherellare la superficie con i rebbi di una forchetta, rifilare i bordi.

In alternativa usate uno stampo da 22 cm per ottenere una crostata.

Distribuire sulla superficie la marmellata di agrumi e con i ritagli di pasta formare una griglia.

Tenere il tutto in frigo mentre si scalda il forno a 170°, la frolla risulterà più friabile.

Cuocere le crostatine per 18 minuti, per un’unica crostata occorreranno 25 minuti.

Insalata pantesca e Zibibbo

C’è un’isola vulcanica in Italia dove la forza degli elementi la rendono una cosa unica, un luogo a se stante, svincolato a tal punto dal nostro territorio che fa quasi specie sentire parlare in italiano; Pantelleria è questo e molto altro ancora.

Situata a metà strada tra l’Africa e l’Europa, Perla Nera del Mediterraneo, è un immenso patrimonio di biodiversità ed un concentrato di sole, vento, silenzio, sorgenti termali a cielo aperto, storia e buon cibo. Se non l’avete mai visitata sappiate che la sua aspra natura la rende si affascinante ma non facile da comprendere; c’è chi s’innamora di lei (come la sottoscritta) e chi fugge via dopo un solo giorno di permanenza.

Vi ho incuriosito? Non vado oltre, lascio a voi il piacere di scoprirla, anzi no! Vi racconto di un suo piatto tipico che non può fare a meno dei capperi di cui quest’isola ne è letteralmente cosparsa, nonchè del suo vitigno per eccellenza: lo Zibibbo.

L’insalata pantesca è da gustare nelle giornate calde ed assolate, un concentrato di sapori deliziosamente decisi; le dosi sono per due persone.

500 g di patate  
200 g di pomodorini  
12 olive verdi 
1 cucchiaio di capperi di Pantelleria
granella di pistacchio 
basilico 
origano 
olio extravergine d’oliva
aceto
sale

Lavare le patate, lessarle con la buccia fino a quando non saranno morbide, farle raffreddare, pelarle e tagliarle a tocchetti.

Tagliare la cipolla, lasciarla in ammollo dieci minuti con l’aceto e scolarla bene. Lavare e tagliare in quattro i pomodorini, sciacquare i capperi per togliere il sale in eccesso.

In una ciotola unire tutti gli ingredienti preparati, aggiungere le olive e la granella di pistacchi. A parte emulsionare l’olio con il sale e l’origano e condire l’insalata, decorare con il basilico.

Pillola socratica 😉

Abbinamenti di-vini

Un bicchiere di Zibibbo fresco e profumato è un buon compagno di viaggio. Vitigno a bacca bianca, detto anche Moscato di Alessandria, regala deliziose note sapide e fruttate; a torto incasellato solo come passito, in realtà i tanti piccoli produttori dell’isola riescono a conferire ai loro vini peculiarità differenti ed interessanti.

La vite, originaria dell’Egitto, fu introdotta nell’isola dai Fenici. I piccoli alberelli, tenuti volutamente bassi, data l’asperità del territorio e mai irrigati artificialmente, regalano pochi grappoli dagli acini ovoidali con la buccia spessa. Il termine zibibbo deriva da zibib che in arabo significa uva passa o uvetta.

Le caratteristiche uniche dell’allevamento hanno decretato, nel 2014, Patrimonio dell’Umanità la vite zibibbo ad alberello.

Piada tradizionale al lievito madre con Gorgonzola e fichi per Vamos a la piada again

Rieccomi con un’altra proposta ed un’altra tipologia di piada che l’azienda di Riccione Fresco Piada prepara con l’ausilio di farine di grani romagnoli, sale integrale marino di Cervia e olio extravergine d’oliva delle colline riminesi.

Dopo aver testato La Piada del Chiosco con Rosa Camuna e piccoli frutti , ho voluto provare un nuovo ripieno, questa volta racchiuso ne LA RITROVATA AL LIEVITO MADRE NATURALE, il cui lievito madre appunto, deriva da un ceppo che ha alle spalle oltre cinquant’anni di cure ininterrotte, un tesoro della cucina artigiana di Fresco Piada.

1 piada  
50 g di Gorgonzola  
3 fette di prosciutto crudo 
2 fichi 
4 noci 
miele (facoltativo)

Tagliare a tocchetti il Gongonzola, lavare ed affettare i fichi, dividere a metà le noci.

Scaldare la piada in una padella antiaderente, girarla un paio di volte e ricoprirne una metà di formaggio, lasciarlo fondere.

Far scivolare la piada su un piatto, aggiungere il prosciutto crudo, i fichi e le noci. Provate anche la versione con l’aggiunta di qualche goccia di miele.

Piegare in due e gustare!