Spaghettoni al sugo di scampi, pomodorini caramellati e pistacchio di Bronte

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Finalmente, dopo la pausa estiva, ritorna finalmente la sfida più sfida del web meritatamente vinta da Cristina che ci ha proposto la pasta col pesce per l’ Mtc n° 67.

Facciamo che non vi ripeto che c’è stata un’ovazione familiare all’uscita della sfida, facciamo che non vi tedio con le elucubrazioni che hanno fatto seguito, facciamo che non vi dico che il maritozzo mi ha proposto di tutto e di più, facciamo che non vi spiego come siamo arrivati alla scelta di questo piatto preparato e fotografato di corsa altrimenti si raffreddava e tutti volevano assaggiarlo subito.

Facciamo che… passo alla ricetta…

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Ingredienti per 4 persone

Per la bisque
1 grosso gambo di sedano
1 cipolla
1 carota
1 spicchio di aglio
1,5 l d’acqua
olio Evo
sale
Per il sugo
11 scampi sgusciati + 1 intero (per guarnizione)
300 g di pomodorini ciliegia
1 spicchio di aglio
olio Evo
timo
1 cucchiaino da caffè di zucchero di canna
sale
granella di pistacchi di Bronte

1/2 bicchiere di vino bianco

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Pulire gli scampi, togliere la testa, incidere il guscio ed estrarne la polpa sfilando il filetto nero che si trova all’interno. Tenere la polpa da parte insieme ad uno scampo intero.

Preparare la bisque, cioè il fumetto dei crostacei, utilizzare le teste ed i carapaci degli scampi.

In una pentola capiente scaldare un paio di cucchiai di olio e tostare brevemente i crostacei, aggiungere le verdure lavate e tagliate a pezzi, l’acqua e portare a bollore. Inserire anche lo scampo intero, deve cuocerete per qualche minuto. Toglierlo dalla pentola e tenerlo da parte per la guarnizione finale, continuare a cuocere la bisque per 40 minuti; al termine filtrare il brodo ottenuto.

Nel frattempo caramellare qualche pomodorino, inciderne la pelle ed in un padellino unto di olio saltarli per qualche minuto con timo, zucchero di canna ed un pizzico di sale. Quando saranno appassiti e lucidi sono pronti.

Per il sugo scaldare in una larga padella l’olio e dorare lo spicchio di aglio, aggiungere i restanti pomodorini tagliati a metà, un pò di timo e cuocere il sugo per una decina di minuti. Aggiungere la polpa degli scampi, il vino bianco, sfumare e continuare la cottura per un paio di minuti ancora.

Cuocere gli spaghettoni in metà acqua e metà brodo, regolare di sale e scolarli molto ma molto al dente.

Buttare la pasta nella padella con il sugo, un paio di mestoli di bisque e a fuoco vivo spadellare molto bene, nel caso aggiungere altro brodo.

Impiattare guarnendo con i pomodorini caramellati, lo scampo intero ed una spolverata intorno di granella di pistacchio di Bronte.

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In abbinamento  ho scelto un Lugana, vino bianco molto profumato e di buona mineralità, la cui produzione si trova a cavallo delle province di Brescia e Verona. Il vitigno è il Turbiana, altrimenti detto Trebbiano di Lugana che recenti studi hanno stabilito essere autoctono di queste zone del basso Garda, dai terreni argillosi.

Con questa ricetta partecipo alla sfida:banner_sfidadelmese_67-1200x573.jpg

 

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Biscotti di Prato

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Le vacanze sono oramai un lontano ricordo e sono ricominciate le giornate frenetiche?

Impariamo a ritagliarci un momento per noi a fine serata; fermiamoci ed abbattiamoci sul divano, oppure in poltrona se preferite, con un buon bicchiere di vin santo ed un paio di biscotti di Prato che potrete preparare facilmente in casa.

Non per nulla oggi è la Gn dei biscotti di Prato.

Può darsi che i biscotti li dobbiate preparare tra una corsa e l’altra, ma che soddisfazione gustarli poi in totale relax 😉

Non mi addentro nel meandro della differenza tra i  biscotti di Prato ed i cantucci, pare che i natali siano incerti e che i due biscotti abbiano la stessa matrice. Vi sono poi le differenze legate all’utilizzo delle mandorle con o senza la pelle, qui sono andata a sentimento personale ed ho utilizzato quelle spellate.

Il vino da meditazione scelto non poteva che essere il vin santo, vi suggerisco di cercare il vin santo di Nosiola prodotto in Trentino nella zona tra Sarche e Toblino. Questa uva utilizzata per la sua produzione viene vendemmiata molto tardi per poi essere messa su graticci, chiamati arele, e posti nei granai. Qui gli acini si asciugano con l’aria e si coprono di una muffa nobile, la botrytis cinerea, che favorirà l’appassimento. La pigiatura viene effettuata durante la settimana santa.

Non mi resta che augurarvi una buona serata!

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Per 700 g di biscotti:

250 g di farina 0
2 uova + 1 tuorlo
150 g di zucchero semolato
25 g di burro
150 g di mandorle
scorza di 1/2 limone
un pizzico di sale
3 g di lievito in polvere

1 cucchiaio di miele di acacia

Tritare grossolanamente le mandorle.

Setacciare la farina con il lievito, aggiungere lo zucchero e le mandorle. Sbattere le uova con il sale e la scorza grattugiata del limone, versare il tutto insieme agli altri ingredienti, aggiungere il miele ed il burro sciolto.

L’impasto risultante sarà un po’ appiccicoso e va lasciato riposare per una mezz’ora.

Accendere il forno a 180°.

Dividere il composto in tre parti e formare dei cilindri di circa 4 cm di diametro, porli su una teglia ricoperta di carta forno, distanziati tra loro; spennellarne la superficie con il tuorlo sbattuto ed infornare per circa 30 minuti o sino a quando non saranno dorati in superficie.
A cottura ultimata lasciare che si raffreddino e tagliarli a fette oblique di circa 1,5 cm.

Regolate il forno a 140° e rimettere i biscotti in teglia per infornarli e farli asciugare, occorreranno circa 7 minuti per lato.

 

 

Torta Bertolina

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L’autunno è alle porte con i suoi colori, dal foliage e le sue mille sfumature, ai profumi dell’uva matura pronta per essere consumata così com’è o trasformata in nettare di-vino.

Per la Gn dell’uva non poteva mancare la Vitis labrusca meglio nota come uva fragola, dalla cui vendemmia si ottiene Il fragolino, un vino rosso che non può essere venduto in Europa per via di un divieto legislativo che risale al 1931. Quest’uva durante la fermentazione produce più metanolo, sostanza tossica, delle altre viti europee. Ma pare ci sia anche un altro motivo di divieto: l’uva fragola, che nasce dall’incrocio di uva americana ed europea, sopporta bene il freddo ma dà vini poco pregiati. Inoltre è più resistente alle malattie, infatti sopravvive alla fillossera, un afide arrivato in Europa nell’800 che attacca le radici della vite la quale, non riconoscendo più il suo apparato radicale, muore. Per questo, al fine di salvare le viti europee che ne furono infestate, un professore dell’università di Montpellier impiantò su una radice americana una pianta europea, purtroppo così facendo le piante originarie europee si sono ridotte, quelle tutt’ora esistenti vengono denominate “franche di piede”.

In Italia troviamo una bevanda a base di vino, zucchero e aromi al gusto fragola. Gli amanti del vero vino fragolino possono acquistarlo fuori dall’UE (Svizzera, Usa, Australia) oppure nel Burgenland, in Austria. Questa è infatti l’unica regione europea dove per motivi storico culturali è possibile produrre e vendere l’Uhudler, un taglio di diverse uve tra cui anche l’uva fragola.

Oggi l’uva fragola diventa protagonista nella preparazione di un dolce cremasco che vi ripropongo, si tratta di una la ricetta di mia suocera alla quale ho aggiunto una piccola variante, la farina di mais che rende dorata e croccante la pasta.

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280 gr farina 0
50 gr farina di mais
1 bicchiere + 2 cucchiai zucchero semolato
80 gr burro morbido
250 gr uva fragola
2 uova
½ bustina lievito per dolci
Sale

Latte se necessario

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Setacciare insieme le farine con il lievito, unire lo zucchero, le uova, il burro, il sale e se necessita un po’ di latte. Si deve ottenere un panetto morbido ma non appiccicoso.

Lavare, asciugare e sgranare i chicchi d’uva ai quali si dovrebbero togliere i semi, è un’operazione noiosa e lunga ma necessaria.

Accendere, il forno in modalità ventilato, a 180°.

Imburrare ed infarinare una teglia da 18 cm di diametro e creare, con metà dell’impasto, una base dai bordi ben rialzati, versare i chicchi d’uva e ricoprire con la restante pasta. Per questa operazione si preleva poca pasta alla volta e si ricopre il tutto stile patchwork. Bucherellare con i rebbi di una forchetta la superficie sulla quale spargere due cucchiai di zucchero.

Infornare per 30/35 minuti circa sino a duratura della pasta.

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Spaghetti alle vongole

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(Montalbano) Ingoiò il boccone e davanti al tavolo si materializzò Mimì Augello. “Assèttati”. Mimi Augello s’assittò. “Mangerei anch’io” disse. “Fai quello che vuoi. Ma non parlare, te lo dico come un fratello e nel tuo stesso interesse, non parlare per nessuna ragione al mondo. Se m’interrompi mentre sto mangiando questo nasello, sono capace di scannarti”. ” Mi porti spaghetti alle vongole” fece, per niente scantato, Mimi a Calogero che stava passando. “In bianco o col sugo?”. “In bianco”. In attesa, Augello s’impadronì del giornale del commissario e si mise a leggere. Gli spaghetti arrivarono quando per fortuna Montalbano aveva finito il nasello, perché Mimi cosparse abbondantemente il suo piatto di parmigiano. Gesù! Persino una jena ch’è una jena e si nutre di carogne avrebbe dato di stomaco all’idea di un piatto di pasta alle vongole col parmigiano sopra! (da “Il ladro di merendine”, Sellerio, 1996)

Il brano citato pare sia tratto da un episodio realmente accaduto allo scrittore Andrea Camilleri che da più di vent’anni scrive in un evocativo dialetto siciliano del commissario Salvo Montalbano, della sua terra nonché del suo rapporto  con il cibo. Un rapporto appunto che fa affiorare animalità alla sua vista: gli si “smorca un pititto lupigno” che  gli fa fare “un nitrito di pura felicità” o “un ululato lupigno di filicità”. A tavola poi ci vuole silenzio per gustare gli “sciàuri” del piatto e guai a parlare di indagini.

Inutile dire che divoro questi romanzi dove Camilleri ha creato un personaggio complesso che mangia, fa il bagno, legge, lavora instancabilmente ma odia l’orario d’ufficio e non sopporta le gerarchie. Adoro di Salvo la sua idea di libertà pur restando un tutore dell’ordine integerrimo. Mi piace questa Sicilia dove la mafia non è, pur esistente, mai protagonista assoluta; dove i tramonti sul mare portano il commissario a farsi lunghe nuotate nel silenzio azzurro e cristallino delle onde. Lo stesso silenzio che a tavola mi fa percepire i profumi delle pietanze preparate dalla sua cameriera Adelina, o da Calogero ed Enzo, i due ristoratori che negli anni si sono succeduti. E per finire adoro pensare che prima o poi, a fronte di un pasto luculliano, mi farò una “passiata a ripa di mare, lenta, un pede leva e l’altro metti” e chissà che non incontri anch’io il commissario Montalbano in persona.

Per la GN del commissario Montalbano ecco gli spaghetti alle vongole, sono stati preparati insieme a mio marito e gustati in abbinamento ad un fresco vino bianco siciliano: l’Inzolia, vitigno tra i più antichi diffuso anche in altre regioni italiane con il nome di Ansonica.

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500 gr di vongole
400 gr di spaghetti
2 spicchi d’aglio
1/2 bicchiere di vino bianco Inzolia
prezzemolo
sale
peperoncino
olio Evo

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Mettere in acqua e sale per due ore le vongole e riporle in frigo, in questo modo rilasceranno le impurità. Successivamente batterle una alla volta su un ripiano, se ne sentite una produrre un rumore sordo apritela potrebbe contenere sabbia e rovinare tutta la preparazione. A me è successo una volta e non è piacevole.

In un tegame soffriggere l’aglio nell’olio, versare le vongole e sfumare con il vino bianco, aggiungere il peperoncino e cuocere a fiamma medio-alta fino a quando non si aprono le valve che rilasceranno il loro liquido. Questa operazione va fatta in pochi minuti, se cotte troppo le vongole diventano gommose.

Tenere da parte le vongole e filtrare il sugo per eliminare gli ultimi eventuali residui sabbiosi, rimettere il tutto nel tegame.

Ne frattempo lessare gli spaghetti in abbondante acqua salata, scolarli molto al dente e versarli nel tegame con le vongole; rimestare a fiamma media, se necessario aggiungere poca acqua di cottura della pasta, rifinire con prezzemolo tritato.

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Ancora una cosa, tanti cari auguri di buon compleanno ad Andrea Camilleri con un omaggio dal mondo dei fumetti:

Tobalbano

Topolino che mangia, ops, indaga con Topalbano 😀

 

 

 

Fesa di tacchino al cognac e senape con carote

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Sempre più di frequente mi ritrovo all’ultimo momento a conoscere l’esatto numero delle persone che ceneranno con me e per le quali cucinare; si aggiunga poi che non amo limitarmi a mettere in tavola la busta aperta di salume e pane e via…

Non resta quindi altro da fare se non ingegnarmi un pò, usare la fantasia unitamente a quanto posso trovare in frigo ed in dispensa, e cucinare piatti semplici ma sfiziosi, con ingredienti e profumi a portata di mano.

Ecco come delle pallide fettine di fesa di tacchino possono diventare un gustoso secondo piatto in pochi  minuti.

250 g fesa di tacchino (4 fette)
2 noci di burro
3 cucchiai di cognac
1 cucchiaio di senape
3 carote
sale
prezzemolo tritato

 

Raschiare le carote, spuntarle, tagliarle a metà e farle bollire in acqua salata per 10 minuti.

Nel frattempo in una padella sciogliere una noce di burro ed aggiungere le fette di fesa di tacchino, girarle una volta.

Stemperare nel cognac la senape e versare il tutto sulla carne, sfumando e cuocendo per qualche minuto.

Scolare le carote, tagliarle a rondelle e farle saltare in un padellino con l’altra noce di burro, rifinire col prezzemolo.

Pillola socratica 😉

Polpette di lenticchie e crema di tahina

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Alzi la mano chi non ha mai messo un legume nella bambagia bagnata per vederne crescere il germoglio. Con mia figlia siamo andate oltre, una primavera di qualche anno fa, dopo aver fatto germogliare diversi semi, mi chiese di piantarli nella terra. Non ci mise molto a convincermi, recuperati vasetti di varie dimensioni e terriccio nuovo abbiamo letteralmente colonizzato il balcone. A parte un fagiolo, che devo ancora capire se fosse quello magico della favola per la sua altezza spropositata, le piantine che più mi hanno colpito sono state quelle delle lenticchie, lunghe e filiformi, leggere e dai piccoli fiori bianchi. Alla fine ho appeso il vaso per vederle ricadere, erano troppo belle! Non abbiamo ottenuto un gran raccolto ma la soddisfazione di far crescere questi piccoli e teneri legumi è stata grande.

Le lenticchie hanno storia antica, coltivate in Asia e poi diffuse in tutto il bacino Mediterraneo, furono definite “la bistecca dei poveri”. Ricche di benefiche proprietà, sono particolarmente digeribili e ne esistono di diverse qualità che si distinguono per dimensione, colore e provenienza. Le coltivazioni italiane pare siano le migliori, in particolare quelle di Castelluccio di Norcia hanno l’Indicazione Geografica Protetta (IGP).

Data la loro piccola dimensione, a parità di peso con altri legumi, si presentano nel piatto in numero maggiore e per questo motivo, secondo una credenza popolare, mangiare lenticchie il primo giorno dell’anno porta a sperare di guadagnare un pari numero di monete d’oro.

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Ma non releghiamole ad un solo periodo dell’anno, sono versatili e più veloci da preparare degli altri legumi, non hanno bisogno di essere messe in ammollo ed i tempi di cottura sono più brevi.

Spesso ne faccio polpette che cuocio in padella oppure in forno, le abbino ad insalate fresche o legate da un leggero sugo di pomodoro. Questa volta le ho nappate con una crema di tahina, una pasta di sesamo.

250 g di lenticchie (io ho utilizzato quelle di Castelluccio di Norcia IGP)
1 uovo
50/70 g di pangrattato
15 g di prezzemolo tritato
sale
succo di 1/2 limone
3 cucchiai di tahina
olio Evo

Dopo aver controllato e ben lavato le lenticchie, cuocerle in acqua fredda salata per circa 40 minuti, oppure seguendo i tempi indicati sulla confezione.

A cottura ultimata scolarle e farle intiepidire in una ciotola capiente; schiacciarle grossolanamente ed aggiungere l’uovo, il prezzemolo, il pangrattato ed un generoso pizzico di sale. Il pangrattato va aggiunto gradatamente per sentire con le mani quando l’impasto ha raggiunto la giusta consistenza e non si sfalda.

Formare delle polpette, appiattirle leggermente e scaldare una padella antiaderente unta con un paio di cucchiai d’olio. Cuocerle per qualche minuto, rigirarle un paio di volte con attenzione al fine di non romperle.

A parte, in una ciotolina, emulsionare la tahina con un paio di cucchiai di acqua tiepida, il succo di limone ed un pizzico di sale.

A cottura ultimata nappare le polpette di lenticchie con la crema di ottenuta.

Pillola socratica 😉

 

 

 

Parmigiana di melanzane

Parmigiana

Gn della parmigiana di melanzane

Questa ricetta mi ricorda la prima volta che ho letto un libro vero, grazie al quale ho scoperto un mondo meraviglioso fatto di parole e fantasia.

Correva l’anno, per inciso ora gli anni li faccio camminare così li gusto meglio, quando la mia insegnante mi fece leggere Il treno del sole di Renée Reggiani. Il libro è molto descrittivo, nei passaggi ove l’autrice delineava azioni, luoghi e sensazioni io ero lì.

Narra di un viaggio della speranza compiuto da una famiglia della Sicilia che decide di cercare la fortuna al Nord. Agata, la protagonista, aiuta la famiglia anche lavorando in campagna; in particolare la ricordo nell’atto di raccogliere un frutto maturo, scaldato dal sole siciliano, assaggiato e gustato subito dopo averlo staccato dalla pianta… è una turgida melanzana. Ebbene, cucinare le melanzane ed immediatamente  ritornare a quelle pagine è questione di un attimo.

La parmigiana di melanzane ha una nascita incerta, certissima è invece la provenienza medio-orientale del frutto, vero è che recentemente ho assaggiato uno splendido moussakas a Creta, di fatto molto simile a questo piatto.

Benchè nel libro venga mangiata cruda, nella realtà le melanzane non sono commestibili se non consumate cotte. Principalmente io uso grigliarle come ho fatto anche in questa occasione. Se poi ne preparo un pò di più le conservo in congelatore, saranno già pronte per altre occasioni.

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Quando mangiare la parmigiana? Per me sempre, è un ottimo piatto unico, un buon secondo e si può gustare sia calda che a temperatura ambiente. La mangio anche fredda, appena tirata fuori dal frigo quando rientro dall’ufficio e sono affamata… mi piace tantissimo!

3 melanzane tonde
150 gr di prosciutto cotto *
200 gr di mozzarella
1 ciuffo di basilico
500 gr di passata di pomodoro
1 spicchio di aglio
Parmigiano Reggiano
Olio Evo
Sale

Lavare e tagliare a fette di mezzo centimetro le melanzane, mettere nel lavello uno scolapasta e lì porle a strati cosparse di sale grosso per far perdere loro l’acqua di vegetazione e l’amaro. Dopo un’ora sciacquarle sotto l’acqua corrente ed asciugarle bene.

Grigliarle per qualche minuto su una piastra ben calda, rigirandole fino a doratura.

Preparare un sugo di pomodoro, a crudo mettere in una casseruola qualche cucchiaio di olio, l’aglio e la passata di pomodori, aggiustare di sale. Cuocere per venti minuti ed aggiungere quasi a fine cottura le foglie di basilico spezzate a mano.

Tagliare la mozzarella a fettine sottili e poi a strisce, fare la stessa cosa con il prosciutto cotto.

Sporcare una teglia con un cucchiaio di sugo e disporre un primo strato di melanzane, stendervi sopra due cucchiai di sugo, una manciata di mozzarella, un cucchiaio di Parmigiano Reggiano ed il prosciutto. Creare così 3 o 4 strati terminando con le melanzane.

Ricoprire il tutto di sugo e Parmigiano Reggiano grattugiato.

Cuocere in forno già caldo a 180° per circa 25/30 minuti.

* La mia ricetta comprende il prosciutto cotto che si può omettere e diventa un piatto vegetariano.

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Beghrir per l’Mtc Summer Edition

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Fino a qualche mese fa non conoscevo i Beghrir, ho quindi colto l’occasione di provare a prepararli e, nientepopodimeno, mi sono finiti direttamente nell’ultimo bellissimo e goloso libro  “Crêpe is the new black”   che oramai avete sicuramente comprato tutti 😉

I Beghrir sono delle frittelle marocchine, fatte principalmente di semola, gustose e spugnose che si fondono in bocca. Il lievito nella pastella, che assomiglia a quella delle crêpe, genera centinaia di bolle che vengono a formarsi e rompersi in cottura dando al beghrir stesso una struttura e aspetto unici.

Sebbene siano normalmente cucinati solo da un lato, in alcune regioni magrebine vengono rigirati per aiutare a seccare la parte superiore ed io ho fatto altrettanto.

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Le donne del Marocco li preparano senza bilancia, usando il bicchiere come unita’ di misura, le quantità dipendono dalla capienza dei bicchieri: indicativamente, si va dai 6-8 in su.

2 bicchieri di acqua tiepida
1 bicchiere colmo di farina di semola
1/2 bicchiere di farina 00
2 cucchiaini di lievito per dolci
1 cucchiaino di lievito di birra liofilizzato
1 cucchiaino di zucchero
1 cucchiaino di sale

In un’ampia terrina, mescolare tutti gli ingredienti,  in modo da ottenere una pastella liscia. Coprire con un telo e far riposare da 10 minuti a qualche ora. Allungare la pastella con un po’ d’acqua se, dopo il riposo, dovesse risultare troppo densa.

Scaldare un padellino unto con poco burro, versare poco composto alla volta, cuocere un paio di minuti per parte.

Si servono caldi completandoli con uno sciroppo di burro e miele, ottenuto scaldando pari quantità dell’uno e dell’altro, in un casseruolino a fiamma dolce.

A me piacciono semplicemente con nocciole e miele, e a voi?

Con questa ricetta partecipo alla sfida:

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Bevanda Zenzero & Limone

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Va bene, dite pure che adesso lo Zenzero lo troviamo anche nel latte la mattina… chissà… magari è buono. Fatto sta che mi piace parecchio ed utilizzandolo da così tanto tempo non vi nascondo di sentirmi un tantino zenzero-influencer, vamolà che l’ho detto 😀

Dello Zenzero si sa che era già conosciuto da Galeno e spesso viene confuso con il peperoncino, con il quale non condivide nemmeno una lontana parentela botanica. E’ un ottimo decotto per prevenire e curare tosse, mal di gola e raffreddore ed è utile per combattere la nausea.

Ma non finisce qui, usato nella preparazione di molte pietanze conferisce loro una nota fresca e leggermente pungente. In questa stagione poi perché non provate a fare questa bevanda dissetante e con una bella carica di energia.

Prepararla è semplicissimo:

mettere sul fuoco una pentola con mezzo litro d’acqua, appena prende bollore aggiungere un bel pezzetto di zenzero grattugiato, circa 7 cm. di radice fresca, e lasciare sobbollire per 15 minuti almeno. Spegnere, fare intiepidire e filtrare.

Spremere un grosso limone, ottimi in alternativa due lime, filtrare il succo.

In una bottiglia di vetro da litro versare il decotto, il succo di limone ed aggiungere mezzo litro di acqua naturale. Io non dolcifico con zucchero o miele ma nulla vieta di farlo.

Tenere in frigo e bere quando si vuole.

Pillola socratica 😉

 

 

 

Panzanella prêt-à-porter

Gn della panzanella

Con questa umilissima ricetta mi addentro in un ginepraio culinario dal quale spero di uscirne con tutte le piume al loro posto.

Una cara bloggamica toscana su questo fronte è molto integralista, cito: “esiste una sola versione della panzanella e prevede 2 ingredienti fondamentali. Il resto sono aromi naturali e non divagazioni sul tema. La panzanella è PANE E POMODORO, tutto qui”.

Torno un po’ indietro nel tempo e trovo Agnolo Allori detto il Bronzino, pittore che operò alla corte de’ Medici nel ‘500, che così canta le lodi di questo piatto:

“Ma chi vuol trapassar sopra le stelle,
Di melodia, v’aggiunga olio e aceto
E’ntinga il pane e mangi a tira pelle.” …
…  “Un insalata di cipolla trita
Colla porcellanetta e citriuoli
Vince ogni altro piacer di questa vita.
Questo trapassa l’amor de’ fagiuoli,
E d’amici, e di donne, che con essi
T’ammazzeresti per due boccon soli.
Considerate un po’ s’aggiungessi
Basilico e ruchetta, oh per averne
Non è contratto che non si facessi”…
[In lode delle cipolle]

Qui non vi è traccia dei pomodori, che ancora non venivano usati in cucina, si cita l’erba porcellana, oggi non più utilizzata, la cipolla e il cetriolo, quest’ultimo gradito ai fiorentini ma non ai senesi. Per non dire che in Garfagnana poi c’è la “Panzanella del prete” decisamente più elaborata.

Sempre sulle sue origini, si fa risalire la ricetta all’abitudine contadina di bagnare il pane secco e di mischiarlo con le verdure dell’orto. E ancora, pare che la nascita della panzanella sia avvenuta a bordo dei pescherecci dove i marinai portavano del pane indurito, qualche pomodoro e bagnavano il tutto con acqua di mare.

Anche il nome ha origini incerte, per alcuni non è che l’unione delle parole pane e zanella (che significa piatto fondo o zuppiera), per altri dal nome “panzana” che in origine voleva dire pappa.

Tirando le somme ho capito una cosa, il pane toscano e l’acqua sono obbligatori con l’aggiunta di pochi altri ingredienti, altrimenti è altra cosa.

In tutto questo io una variante l’ho fatta, mettendola dentro un contenitore edibile e facente parte integrate della ricetta stessa: i pomodori.

E’ così diventata una Panzanella prêt-à-porter spero con buona pace di tutti 😉

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200 g di pane toscano raffermo
4 pomodori ramati non troppo maturi
basilico fresco in abbondanza
1 cipollotto fresco
olio extravergine d’oliva
sale
aceto di vino bianco

Mettere il pane in ammollo nell’acqua per poco meno di 10 minuti e strizzarlo molto bene.
Lavare i pomodori, tagliare la calotta a tre di questi, svuotarli e tritare la polpa ottenuta insieme alle calotte ed al quarto pomodoro.

Lavare e tagliare il cipollotto, lavare e spezzettare a mano il basilico.

In una terrina sbriciolare il pane, aggiungere il trito di pomodori, il cipollotto ed il basilico.

Condire con abbondante olio, sale e aceto, mescolare molto bene e mettere in frigo per un paio d’ore.

Riprendere i pomodori svuotati e riempirli con la panzanella, colare sopra anche il condimento, tenerli a temperatura ambiente una mezz’ora prima di servirli.