Pizza al piatto tipo napoletana per il Club del 27

Riprendiamo i ritmi del dopo vacanze cioè la buona abitudine di pubblicare con il Club del 27.

Questo mese vi porto nel magico mondo delle pizze. Storia, etimologia, conferimenti di ogni tipo, in rete trovate di tutto e di più; è il nostro alimento più conosciuto all’estero e dal 2017 l’Unesco ha dichiarato l’arte del pizzaiolo napoletano patrimonio immateriale dell’umanità.

Lo sapevate che esiste l’effetto pizza? In sociologia si parla di effetto pizza quando un fenomeno locale ha successo prima all’estero che nel paese d’origine, dove torna da protagonista in un secondo momento.
Il primo a parlarne fu nel 1970 l’antropologo Agehananda Bharati, egli prese ad esempio la prima pizzeria di New York che aprì i battenti nel 1905, da un’idea dell’emigrante Gennaro Lombardi ben 15 anni dopo l’invenzione della prima Margherita, il successo fu immediato e la pizza divenne famosa prima negli Usa e successivamente in Italia.

Ma come tagliare una pizza in parti uguali? Per questo ci sono venuti in aiuto due brillanti matematici statunitensi Rick Mabry e Paul Deiermann, che hanno sviluppato addirittura un teorema: se tagliamo una pizza 3, 7, 11, 15 volte, e così via, senza passare dal centro e prendendo le fette in modo alternato, a riempirsi di più lo stomaco sarà chi si aggiudica la fetta contenente il centro. Se invece la si taglia 5, 9, 13, 17 volte, vale il contrario: chi prende il centro, mangia di meno. Provate e sappiatemi dire 😉

Ma torniamo alla pizza che vi propongo, ho utilizzato il lievito madre o pasta madre che dir si voglia, e preparato un impasto che richiede una lievitazione lunga. In fondo alla ricetta trovate anche la versione lievito di birra, potrete così scegliere il metodo che preferite.

E il condimento? Il bello della pizza è proprio questa sua versatilità, poter scegliere e preparare le versioni più disparate, ananas compreso!

Pizza con lievito madre con prefermento (4 teglie tonde o 1 rettangolare):

450 g di farina 00
320 ml di acqua
30 g di lievito madre
15 g di sale
10 cucchiai di pomodori pelati
250 g di mozzarella fiordilatte sgocciolata

origano

olio extra vergine d’oliva
1 melanzana grigliata
3 cucchiai di Parmigiano Reggiano

Sciogliere il lievito madre con 130 ml di acqua, aggiungere 130 g di farina, incorporare velocemente e lasciar riposare per 2 ore.

Setacciare il resto della farina e, in una ciotola fare la fontana, aggiungere il lievito madre, il resto dell’acqua e il sale sulla farina, verso il bordo della ciotola (in modo tale che il sale non tocchi il lievito da solo ma insieme alla farina). Iniziare a incorporare man mano, intridendo con le dita e poi una volta terminato ribaltare sul piano da lavoro e impastare per una decina di minuti, sbattendo e piegando più volte.

Fare una palla, trasferirla in ciotola, coprire con pellicola e mettere subito in frigo. Lasciar maturare 8/10 ore, io ho preparato l’impasto la sera prima e lasciato in frigo 16 ore.

Togliere dal frigo e lasciar a temperatura ambiente per 2/3 ore e comunque fino a quando l’impasto risulti gonfio. Prendere un quarto dell’impasto e porlo sul piano da lavoro, stendere con le mani, senza schiacciare, ma allargando l’impasto dal centro verso il bordo, infilare le mani sotto il disco di pasta fino a poggiarlo su metà avambracci e traferire in una teglia rotonda oliata. Procedere allo stesso modo con il restante impasto.

Lasciar lievitare altre 2 ore, nel frattempo accendere il forno alla massima temperatura insieme alla teglia che servirà per la cottura, senza mai aprire lo sportello.

In una tazza condire il pomodoro con olio e origano e un pizzico di sale, stenderlo sulla pizza, aggiungere la mozzarella e da ultimo le melanzane cosparse di Parmigiano Reggiano.

Prelevare la teglia dal forno, trasferirci il disco di pizza, senza oliare. Infornare per 5 minuti al ripiano più basso, poi altri 4/5 minuti nel ripiano più alto.

Procedimento con lievito di birra (4 teglie tonde o 1 rettangolare):

450 g di farina 00
250 ml di acqua
1 g di lievito di birra
12 g di sale

Misurare l’acqua, versarla in una ciotola, prelevarne una piccola quantità in due tazzine differenti: in una sciogliere il sale, nell’altra il lievito di birra.

Versare il contenuto con il lievito di birra nella ciotola con l’acqua e iniziare ad aggiungere gradualmente e lentamente la farina setacciata più volte a parte, incorporandola man mano all’acqua, poi finita la farina aggiungere il sale sciolto in acqua, continuare ad amalgamare  fino a raggiungere il “punto di pasta”. All’incirca ci vorranno una decina di minuti.

Ribaltare sul piano da lavoro e lavorare 20 minuti, passaggio estremamente necessario per ottenere un impasto non appiccicoso, morbido ed elastico e una pizza soffice e asciutta.

Piegare e schiacciare ripetutamente, poi all’avvicinarsi dei 20 minuti l’impasto diventerà morbido e sempre più cedevole e infine avrà un aspetto setoso. Riporlo in una ciotola di vetro o porcellana, coprire con pellicola e lasciar lievitare per 2 ore.

Dividere l’impasto i 4 panetti e riporli su un telo non infarinato, lasciar quindi lievitare per 4/6 ore a una temperatura di 25°C.

Riscaldare il forno alla massima temperatura insieme alla teglia che servirà per la cottura, senza mai aprire lo sportello.

Stendere un panetto alla volta su un ripiano, spolverato con farina di semola, senza usare il mattarello ma allargandolo con le mani, dal centro verso il bordo, e se riuscite, come fanno i pizzaioli veri, facendolo debordare roteandolo, in modo che avvenga un’estensione più delicata.

Prelevare lo stampo dal forno, trasferirci il disco di pizza, senza oliare. Infornare per 5 minuti al ripiano più basso, poi altri 4/5 minuti nel ripiano più alto.

Sardenaira

La prima volta che mi hanno offerto la Sardenaira ero a Sanremo, ed ho creduto di trovarmi davanti ad una pizza marinara al taglio. Niente di tutto ciò, questa è una vera specialità tipica della provincia di Imperia che risale al 1300 e si è diffusa anche oltreconfine, a Montecarlo e Nizza.

Viene chiamata Pissalandrea ad Oneglia, per onorare l’ammiraglio Andrea Doria, Pisadala a Bordighera, Pisciadela a Ventimiglia assonante con la Pissalandière a Nizza, Sardenaire a Sanremo perché era guarnita con le sardine sottosale, Macchettusa ad Apricale per l’uso di una delle cinque salse da mortaio liguri, il Machetto, infine Piscadra a Pigna.

Tanti nomi diversi per un’antica focaccia condita che nel tempo si è arricchita dell’aggiunta dei pomodori, introdotti subito dopo la scoperta dell’America ed il loro arrivo in Europa.

Nel prepararla mi son ben guardata dal tentare sperimentazioni o strane variazioni, ho seguito i dettami di veri liguri che meglio di me conoscono la ricetta. Il risultato è… slurp!

Per 2 Teglie 23×30 o 1 da 30×40
250 ml di acqua
12 g di lievito di birra fresco
12 g di sale fino
500 g di farina 00
60 ml di olio etra vergine di oliva
500 gr di pomodori pelati
14 spicchi di aglio vestito
100 g di olive taggiasche in salamoia
12 filetti di acciughe sotto sale
sale fino
olio extravergine di oliva
origano essiccato

Impastare la farina con l’olio e 150 ml di acqua. Dopo circa 5 minuti aggiungere il sale precedentemente sciolto in 50 ml di acqua. Continuare ad impastare per altri 5 minuti. Aggiungere il lievito sciolto nella restante parte dell’acqua e lavorare fino ad ottenere un impasto liscio e morbido. Lasciare riposare per circa 20 minuti in una ciotola coperta con uno strofinaccio da cucina. Trascorso questo tempo stendere l’impasto con le mani nella teglia precedentemente oleata. Lasciare riposare per 1 ora.
Mentre l’impasto lievita preparare gli ingredienti. Spezzettare grossolanamente i pelati, snocciolare le olive e sciacquare i capperi per eliminare il sale. Procedere al condimento della Sardenaria mettendo i pelati ben distribuiti, aggiungere le olive e i capperi sparsi. Con le mani dividere i filetti di acciughe a metà e distribuirli. Aggiungere abbondante olio extra vergine di oliva. Spolverare di origano essiccato. Cuocere in forno a 210 gradi per circa 25 minuti circa. Controllare sempre la cottura che può variare a seconda del forno. Sfornare ed aggiungete altro origano e olio a crudo.

Insalata pantesca e Zibibbo

C’è un’isola vulcanica in Italia dove la forza degli elementi la rendono una cosa unica, un luogo a se stante, svincolato a tal punto dal nostro territorio che fa quasi specie sentire parlare in italiano; Pantelleria è questo e molto altro ancora.

Situata a metà strada tra l’Africa e l’Europa, Perla Nera del Mediterraneo, è un immenso patrimonio di biodiversità ed un concentrato di sole, vento, silenzio, sorgenti termali a cielo aperto, storia e buon cibo. Se non l’avete mai visitata sappiate che la sua aspra natura la rende si affascinante ma non facile da comprendere; c’è chi s’innamora di lei (come la sottoscritta) e chi fugge via dopo un solo giorno di permanenza.

Vi ho incuriosito? Non vado oltre, lascio a voi il piacere di scoprirla, anzi no! Vi racconto di un suo piatto tipico che non può fare a meno dei capperi di cui quest’isola ne è letteralmente cosparsa, nonchè del suo vitigno per eccellenza: lo Zibibbo.

L’insalata pantesca è da gustare nelle giornate calde ed assolate, un concentrato di sapori deliziosamente decisi; le dosi sono per due persone.

500 g di patate  
200 g di pomodorini  
12 olive verdi 
1 cucchiaio di capperi di Pantelleria
granella di pistacchio 
basilico 
origano 
olio extravergine d’oliva
aceto
sale

Lavare le patate, lessarle con la buccia fino a quando non saranno morbide, farle raffreddare, pelarle e tagliarle a tocchetti.

Tagliare la cipolla, lasciarla in ammollo dieci minuti con l’aceto e scolarla bene. Lavare e tagliare in quattro i pomodorini, sciacquare i capperi per togliere il sale in eccesso.

In una ciotola unire tutti gli ingredienti preparati, aggiungere le olive e la granella di pistacchi. A parte emulsionare l’olio con il sale e l’origano e condire l’insalata, decorare con il basilico.

Pillola socratica 😉

Abbinamenti di-vini

Un bicchiere di Zibibbo fresco e profumato è un buon compagno di viaggio. Vitigno a bacca bianca, detto anche Moscato di Alessandria, regala deliziose note sapide e fruttate; a torto incasellato solo come passito, in realtà i tanti piccoli produttori dell’isola riescono a conferire ai loro vini peculiarità differenti ed interessanti.

La vite, originaria dell’Egitto, fu introdotta nell’isola dai Fenici. I piccoli alberelli, tenuti volutamente bassi, data l’asperità del territorio e mai irrigati artificialmente, regalano pochi grappoli dagli acini ovoidali con la buccia spessa. Il termine zibibbo deriva da zibib che in arabo significa uva passa o uvetta.

Le caratteristiche uniche dell’allevamento hanno decretato, nel 2014, Patrimonio dell’Umanità la vite zibibbo ad alberello.

Minestra di pane sotto

La minestra di pane sotto è un piatto povero della tradizione ciociara, tipico del mondo contadino. Si racconta che venisse preparato per rifocillare i viandanti che si recavano in pellegrinaggio verso le mete sacre, nonché frutto di tradizioni legate al recupero degli alimenti, quali il pane raffermo, e all’utilizzo delle verdure di stagione.

La versione in origine pare prevedesse le cotenne, ma non è cosa certa, certo era il fare uso di ortaggi e legumi differenti a seconda della disponibilità nei diversi mesi dell’anno.

Non mi resta che augurarvi buon appetito e ringraziare le nostre meravigliose tradizioni culinarie, che rappresentano una ricchezza da preservare, custodire gelosamente e tramandare. 

Dosi per due/tre persone

10/15 fette di pane raffermo tagliate sottili 
300 g di cime di rapa 
1 carota
1 pomodoro maturo
1 costola di sedano
1 cipolla piccola
peperoncino
1 spicchio di aglio
150 g di fagioli borlotti lessati
un litro e mezzo di acqua
olio extra vergine d’oliva
sale
pecorino grattugiato (facoltativo)

Pulire le verdure, lavarle e tagliarle. In una casseruola, con poco olio, far appassire la cipolla tritata, a seguire il sedano, la carota e lo spicchio d’aglio.

Unire il pomodoro a pezzetti e la cima di rapa, versare sopra l’acqua calda, aggiustare di sale e cuocere per 45 minuti a recipiente coperto.  Aggiungere i fagioli, un pizzico di peperoncino e completare la cottura per altri 15 minuti.

Nelle fondine disporre uno strato di fette di pane, coprire con la minestra brodosa, dare un giro di olio e volendo cospargere di pecorino.

Prima di servire far riposare il tutto almeno 5/6 minuti, tenendo i piatti al caldo, il pane assorbirà gran parte del liquido e la minestra dovrà risultare quasi asciutta.

Pillola socratica  😉

Norvegian Julekake

E’ scattato il conto alla rovescia per Natale, festa religiosa ma anche di tradizioni per eccellenza. Questa ricetta in particolare arriva dalla Norvegia, si tratta di un pane dolce che viene consumato  a colazione nei giorni di Natale e di Santo Stefano, la sua preparazione risale a tanto tanto tempo fa, c’è chi sostiene (credo con un filo di esagerazione) che sia tramandata dall’età del bronzo.

Questa ricetta in particolare, tradotta dalla raccolta Bake from Scratch, diviene da semplice pane dolce lievitato, una splendida ghirlanda, perfetta come centro tavola e tutta da mangiare. 

Non spaventatevi nel leggerne  ingredienti e preparazione, sembra complicata ed invece è semplicissima, vi farà fare un figurone pazzesco!!!

Inoltre se non volete preparare voi le scorzette candite, facili anche queste, potete acquistarle già pronte. Mentre l’impasto io lo preparo a mano ma nulla vieta l’uso di un robot da cucina. 

Per la brioche: 
180 ml di latte fresco intero 
100 g di zucchero 
60 g di burro morbido 
1 cucchiaino di sale 
120 ml di acqua tiepida 
6 g di lievito di birra disidratato 
2 uova grandi 
680 g di farina 00 
1 cucchiaino di cardamomo in polvere

Per il ripieno ai mirtilli rossi: 
170 g di mirtilli rossi disidratati 
70 g di zucchero semolato 
15 g di burro a cubetti 
½ cucchiaino di cardamomo in polvere 
½ cucchiaino di cannella in polvere

Per la scorza di limone candita (da preparare almeno il giorno prima): 
1 limone non trattato 
80 ml di acqua 
50 g di zucchero semolato

Per la glassa alla vaniglia: 
120 g di zucchero a velo setacciato 
60 ml di panna fresca 
1 cucchiaino di estratto di vaniglia 
½ cucchiaino di sale

Preparare le scorzette di limone candite:  pelare il limone avendo cura di togliere la parte bianca, tagliare la scorza a fettine di circa 2 cm di lunghezza. Far bollire in acqua per 15 minuti, scolare e sciacquare sotto l’acqua del rubinetto. Nella stessa casseruola, versare 150 g di zucchero con 180 ml di acqua. Portare a bollore, aggiungere le scorze e fare sobbollire dai 20 ai 30 minuti, fino a quando si saranno ammorbidite. Scolarle bene e stenderle su un foglio di carta da cucina, spolverarle con lo zucchero rimasto. Lasciarle a temperatura ambiente, da 1 a 2 giorni.

Preparare la brioche: scaldare a fiamma media il latte con lo zucchero, il burro e il sale fino al bollore, spegnere il fuoco e far intiepidire. Mescolare l’acqua tiepida con il lievito, aggiungere la miscela di latte e le uova, uno alla volta, sempre continuando a mescolare. Unire la farina con il cardamomo ed impastate dai 5 ai 7 minuti, fino all’incordatura. Ungere leggermente una terrina, mettervi l’impasto, sigillate con pellicola trasparente e lasciare lievitare fino al raddoppio (ci vorranno circa un paio d’ore).

Nel frattempo, preparare il ripieno ai mirtilli rossi. Versarli in una casseruola, aggiungere dell’acqua (deve coprirli per un dito) e portarli a bollore. Abbassare il fuoco e lasciare sobbollire per 20 minuti. Scolarli e tenere da parte 30 ml di liquido. Mescolare insieme ai mirtilli lo zucchero, le spezie ed il burro, ammorbidite il tutto con il liquido tenuto da parte.

Sgonfiare l’impasto lievitato della brioche sul piano di lavoro leggermente infarinato e stenderlo con il mattarello in un rettangolo di 30 x 60 cm circa. Spalmarlo con il ripieno di mirtilli rossi, lasciando circa 1 cm di bordo per lato e completare il ripieno con le scorze di limone candite.

Arrotolare il tutto, partendo dal lato lungo, e sigillare bene i bordi.

Trasferire il rotolo su una teglia rivestita di carta da forno e, con un coltello affilato, tagliatelo a metà per il lungo, lasciando attaccata solo una estremità. Tenendo la parte con il taglio rivolta verso l’alto, intrecciate le due parti e poi chiudete a ghirlanda, sigillando il punto di raccordo. Lasciate riposare per circa 30 minuti, coperto con un telo. Accendete il forno a 180° C in modalità statica. Infornare la ghirlanda e cuocere per 40 minuti circa.

Sfornare, raffreddare e glassare con la glassa alla vaniglia, preparata mescolando tutti gli ingredienti e utilizzandola immediatamente.

Pasta e fagioli

Pasta e fagioli.jpg

La pasta e fagioli, tipica ricetta italiana, presenta diverse varianti così come diverse sono le regioni di appartenenza.

Pellegrino Artusi definiva i fagiuoli la carne del popolo, sono arrivati in Europa dopo la scoperta delle Americhe, insieme ad altre nuove colture come i pomodori, per diventare subito protagonisti in svariate preparazioni. La storia racconta che Caterina de’ Medici, sposa di Enrico II di Francia nel 1547, aggiunse al carico dei suoi gioielli anche alcuni sacchi di fagioli (ed un nuovo oggetto da tavola, la forchetta).

Per la realizzazione di questa ricetta utilizzo i fagioli borlotti secchi, lasciati in ammollo per almeno 24 (cambiando spesso l’acqua) insieme ad un pezzetto di alga kombu che ha la funzione di renderli più morbidi e digeribili. Se siete curiosi di saperne di più in fondo al post vi parlerò brevemente di questa alga. Al termine dell’ammollo sostituisco in cottura l’alga con un nuovo pezzettino.

Dosi per 3 persone

250 g di fagioli borlotti lessati
90 g di pasta corta (ditalini, tubetti)
1 l  abbondante di brodo vegetale
4 cucchiai di polpa di pomodoro
1 rametto di rosmarino
1 spicchio di aglio
olio extravergine d’oliva
60 g di speck

Cuocere i fagioli nel brodo vegetale, scolarli e tenere da parte il brodo in caldo.

In una casseruola versare due cucchiai di olio e profumarlo con aglio e rosmarino tritato finemente; aggiungere lo speck a dadini, rosolare brevemente, infine la polpa di pomodoro e cuocere per 10 minuti.

Versare 3/4 mestoli di brodo, quando sobbolle inserire  la pasta ed i fagioli (una parte frullati per dare la cremosità).

Aggiungere brodo caldo per completare la cottura della pasta ed ottenere la consistenza desiderata, io la servo brodosa pur mantenendo la cremosità al tempo stesso.

Versare nelle fondine e guarnire con un ciuffo di rosmarino, volendo anche con una bella grattugiata di formaggio saporito.

§

L’ Alga Kombu è originaria del Giappone ma viene coltivata anche in Bretagna (dopo i tragici accadimenti di Fukushima è preferibile comprare quest’ultima). Si tratta di un alimento ricco di antiossidanti e sali minerali, potassio, magnesio, fosforo e calcio, e vitamine, A, B1, B2 e C.  Ricco di acido glutammatico, attivatore per eccellenza del quinto gusto l’umami, è utile nell’insaporire i piatti in maniera naturale. Tra le alghe è quella con maggior contenuto di iodio, motivo di attenzione per chi ha problemi di tiroide. Prima di ogni utilizzo la si deve far ammorbidire, distendere e sciacquare bene.

Pillola socratica  😉

Gateau o gattò di patate

Gattò di patate

Che lo si definisca sformato o torta salata, questo piatto non può mancare sulla nostra tavola, è un tortino a base di patate lesse mescolate a uova, prosciutto cotto e mozzarella.

Si tratta di una ricetta tipica napoletana le cui radici affondano alla fine del Settecento, nel Regno delle Due Sicilie. La moglie di Ferdinando I di Borbone, Maria Carolina d’Asburgo, nobildonna dal palato molto raffinato, aveva sempre con sé una squadra di cuochi francesi pronti a servirle ogni prelibatezza d’Oltralpe. I napoletani, una volta appresa la ricetta, pensarono di sostituire il formaggio groviera con il fior di latte ed aggiungere il salame e il prosciutto cotto.

Furono invece le monache del Monastero di Santa Chiara di Napoli che italianizzarono il  termine “gateau” coniando la parola “gattò”.

Comunque lo si voglia chiamare, il gateau/gattò di patate è sicuramente un piatto tra i più apprezzati. Versatile e perfetto, servito tiepido come piatto unico, oppure a temperatura ambiente, magari già porzionato, durante un antipasto o un’allegra scampagnata.

cof1 kg di patate
2 uova
200 g di prosciutto cotto
200 g di mozzarella
parmigiano reggiano grattugiato
pangrattato
sale

Lavare bene le patate, immergerle in una pentola capiente piena d’acqua, cuocerle. Spellarle e schiacciarle in una ciotola, quando sono ancora calde. Farle intiepidire.

Nel frattempo tagliare la mozzarella e lasciarla per una mezz’ora a sgocciolare, tagliare a cubetti il prosciutto. Rivestire una tortiera a stampo apribile con la carta da forno, oliarla leggermente e spolverarla di pangrattato. Accendere il forno a 180°, modalità ventilato.

Quando le patate sono diventate tiepide amalgamarle con le uova. Prelevare un terzo del composto e foderare lo stampo, base e pareti  creando una sorta di guscio.

Nel restante composto aggiungere prosciutto e mozzarella, aggiustare di sale. Versare il composto nel guscio di patate appena creato, livellare e cospargere la superficie di  pangrattato misto a parmigiano reggiano. Creare un motivo circolare con i rebbi di una forchetta.

Cuocere per 30/40 minuti circa. Lasciare intiepidire prima di sformare la torta.crudo cotto

Liquore alla liquirizia

liquirizia

Una gita a Treviso ha fruttato questo liquore preparato con la polvere di liquirizia, macinata e liofilizzata.

Giravo curiosa tra i banchetti di un mercatino posto in una minuscola piazzetta, per chi non la conoscesse Treviso è tutta minuscola, a maggior ragione per chi, come me, vive in una grande città.  Attraversata da numerosi canali, presenta scorci ed angoli veramente suggestivi, che hanno contribuito a darle il soprannome di piccola Venezia. Il suo centro storico è una vera chicca con splendidi palazzi e locali storici da scoprire.

La bella giornata ed il lento girovagare per la città mi hanno condotta davanti ad un banchetto dal quale si sprigionava un aroma di liquirizia incredibile, complici un tripudio di chicche, bastoncini, tronchetti e sacchettini di polvere finissima con tanto di ricetta scritta sulla confezione per ottenere un liquore, denso e cremoso. Come questo che ho appena preparato, devo solo avere la pazienza di aspettare qualche giorno per poterlo gustare ricordando la deliziosa vacanza.

La pianta di liquirizia cresce spontanea nella zona  del mediterraneo e già nell’antichità veniva utilizzata da medici quali Ippocrate, Galeno e Plinio per le sue svariate proprietà. Inoltre è dissetante, digestiva ed un toccasana per chi soffre di pressione bassa. Nelle corti britanniche del Medioevo pare fosse in voga un ritornello che i cavalieri dedicavano alle dame amate: ”L’amore è sogno, dolce come latte e liquirizia“.

polvere liquirizia

Prima di darvi la ricetta sottolineo l’importanza di avere la pazienza di far sciogliere molto bene la polvere di liquirizia che, come vedete dalla foto, tende a compattarsi; versatene poca alla volta.

Ricetta per 1 litro di liquore:

500 ml di acqua
100 gr di liquirizia in polvere
300 gr di zucchero semolato
300 ml di alcool buongusto

Scaldare l’acqua in un pentolino, aggiungere molto lentamente la polvere di liquirizia. Quando sarà completamente stemperata, versare lo zucchero e mescolare molto bene.

Lasciare raffreddare ed aggiungere l’alcool, versare in una bottiglia, attendere almeno una settimana prima di bere il liquore ottenuto.

Si può conservare in frigo o servirlo a temperatura ambiente, avrete due diverse sensazioni al palato ma lo sprint che si ottiene non cambia.

Pillola socratica  😉

Treviso.jpg

Brodetto di pesce

Brodetto di pesce

Quando preparo questo piatto mi torna  in mente un bellissimo ricordo di qualche anno fa legato ad un rientro dalle vacanze estive. All’epoca i miei bambini erano piccoli ed il viaggio, particolarmente lungo, necessitava di qualche sosta in più. Fu questo il motivo che ci portò a fare tappa a San Benedetto del Tronto e sfruttare l’occasione di provare un grazioso ristorante sulla spiaggia; l’edificio ricordava una nave, con tanto di oblò al posto delle finestre.

Decidemmo di assaggiare un piatto cucinato con una ricetta locale, il brodetto di pesce appunto. Una vera bontà, per me è sempre un piacere provare nuovi piatti e sapori, anche se a volte oso troppo. Ma non in questa occasione, infatti, nel tempo, ho cercato di preparare questo piatto ritrovando oltre che i profumi ed il gusto anche i miei felici ricordi.

Questa versione di brodetto l’ho accompagnata a fette di pane che ho preparato miscelando metà farina di tipo 1 a farina di grano duro con l’aggiunta di semi di sesamo e zucca.

Brodetto cottura

1 gallinella – 600 gr
1 nasello – 300 gr
5 piccoli calamari  – 250 gr
13 mazzancolle – 190 gr
2 grossi pomodori costoluti verdi
2 cipolle dorate
1 carota grossa
2 gambi di sedano
1 spicchio di aglio
3 cm di zenzero fresco
10 grani di pepe
una punta di peperoncino secco
10 gr burro
3 cucchiai di olio Evo
1 bicchiere di vino bianco
2 cucchiai di aceto bianco
sale qb
fette di pane qb

Pulire, sfilettare e tagliare a piccoli tranci i pesci tenendo da parte testa e carcasse, pulire i calamari e tagliarli a striscioline, togliere il carapace alle mazzancolle.

Per prima cosa bisogna preparare il brodo di pesce. In un tegame dal bordo alto sciogliere il burro e tostare gli scarti dei pesci ed i carapaci, sfumare con il vino bianco, aggiungere una cipolla, il sedano e la carota tagliati grossolanamente e versare sul tutto un paio di litri d’acqua fredda. Portare a bollore, schiumare bene ed aggiungere lo zenzero a pezzi ed i grani di pepe. Far sobbollire per mezz’ora, regolando eventualmente di sale.

A cottura ultimata, filtrare molto bene il brodo con un telino pulito.

In una casseruola scaldare l’olio e far imbiondire la cipolla e l’aglio tritati finemente, aggiungere i calamari ed i pomodori tagliati a pezzi, un pizzico di peperoncino e sfumare con l’aceto. Aggiungere due o tre mestoli di brodo cuocendo a fuoco dolce per quindici minuti mescolando ogni tanto delicatamente, se si asciuga versare altro brodo.

Da ultimi aggiungere i filetti di pesce e le mazzancolle, cuocere altri cinque minuti questa volta senza mescolare la preparazione.

A cottura ultimata trasferire i pesci nelle fondine, versarvi il brodo di cottura e accompagnare il brodetto con fette di pane leggermente tostate.

Se avanza il brodo di pesce potete conservarlo in congelatore per futuri utilizzi.

Torta margherita farcita con crema di latte e…

torta paradisoOggi, per la Gn della torta margherita del Calendario del Cibo Italiano,  vi propongo la mia versione, preparata per festeggiare un compleanno in famiglia.

Lo considero un dolce tipicamente casalingo, morbido e soffice. Questa torta è tradizionalmente cosparsa di abbondante zucchero a velo, per l’occasione l’ho vestita a festa, con una farcia di crema di latte punteggiata di fragole e decorata a piacere.

Come la maggior parte dei dolci è importante porre attenzione alle dosi degli ingredienti, così come l’avere un certo tempo a disposizione per non vanificare tutti gli sforzi. Ad esempio, è fondamentale attendere che la torta sia ben raffreddata prima di tagliarla, se non volete che vi si sbricioli tutta.

Ricordate inoltre di conservatela in frigo se decidete di farcirla come vi suggerisco.

99
150 g di farina 0
150 g di fecola di patate
4 uova medie
200 g di zucchero semolato
200 g di burro
1 buccia di limone grattugiata
1 bustina di lievito per dolci
1 pizzico di sale
250 ml di panna da montare
80 g di latte condensato
8 fragole
1 kiwi
9 piccole meringhe1In una ciotola montare il burro molto morbido con lo zucchero. Aggiungere un uovo alla volta e continuare a montare. Infine profumare con la buccia di limone. Dovrete ottenere un composto bianco e gonfio.

Aggiungere la farina, la fecola ed il lievito setacciando il tutto, un pizzico di sale e mescolare molto bene.

Imburrare ed infarinare una tortiera apribile da 24 cm di diametro, versare il composto al suo interno e cuocere in forno preriscaldato statico a 180° per circa 30/40 minuti.

A cottura ultimata fare raffreddare completamente la torta.

Nel frattempo montare la panna ed aggiungere il latte condensato continuando a montare.

Lavare e tagliare la frutta, le fragole a spicchi ed il kiwi a fette sottili e divise a metà.

Tagliare a pezzetti piccoli 5 fragole ed amalgamarle con 2/3 di crema di latte.

Tagliare a metà la torta raffreddata e spalmare la crema al latte con le fragole sulla base, richiudere con l’altro disco. Mettere in frigorifero per circa 30 minuti.

Togliere dal frigo la torta, spalmare la restante crema e decorare a piacere con la frutta e le meringhe.

Lasciarla in frigo almeno 10 minuti ancora prima di servire.