I 100 menù di Luigi Veronelli: “L’accoppiata” (tortino di patate, coniglio alla vogherese e coppa monastica)

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Luigi Veronelli era un noto gastronomo, enologo, scrittore ma soprattutto un appassionato di cibo e di vita, una delle figure centrali nella valorizzazione e nella diffusione del patrimonio enogastronomico italiano.

Fu protagonista televisivo negli anni ’70riconoscibile dai suoi occhialoni spessi, raccontava sapientemente la cucina dando dimostrazione di appassionata conoscenza. Benchè non fosse un sommelier, ma un fine conoscitore di vini, fu l’uomo che ha inventato il vino italiano come lo conosciamo. «L’ultimo dei vini artigianali sarà sempre migliore del primo dei vini industriali, perché avrà un’anima» (Luigi Veronelli in Il canto della Terra).

E’ sua l’idea che i Comuni debbano valorizzare il proprio territorio attraverso le produzioni artigianali ed agricole, da cui la proposta di legge approvata dal Parlamento nel 2001. Le De.Co., Denominazioni Comunali, uno strumento pubblico di salvaguardia e promozione dei giacimenti gastronomici” d’Italia.

Non un giornalista ma prima di tutto un editore, non un saggio ma un filosofo: un anarcoenologo, una definizione datagli e decisamente calzante. Ha inventato i presìdi, smascherato le frodi sull’olio extravergine di oliva e scritto pagine di analisi politica applicata ai prodotti della terra.

Oggi si celebra la Gn di Luigi Veronelli  per il Calendario del Cibo Italiano, e da uno dei suoi libri più famosi ho tratto un menù che rappresenta il suo modo di intendere la cucina, semplice ed in grado di essere replicata nelle nostre case.

Per questi piatti proposti, l’autore suggerisce di bere un buon vino “rosso fresco e di gran carattere” a tutto pasto, gelato escluso. Ho scelto un Marzemino e ve ne parlo subito dopo le ricette.

Tortino di patate

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600 g patate
200 g Parmigiano Reggiano grattugiato
100 g burro
250 ml latte
noce moscata
sale

Lavare e lessare molto al dente le patate, pelarle e tagliarle a fette.

In una pirofila versare poco latte e disporre un primo stato di patate, cospargere di formaggio, fiocchetti di burro, noce moscata e sale. Fare tanti strati sino ad esaurimento degli ingredienti.

Bagnare con il restante latte, formaggio e burro per completare.

Accendere il forno a 190°, infornare per 20 minuti sino a gratinatura.

Coniglio alla vogherese

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1 coniglio tagliato in pezzi
6 peperoni
80 g burro
2 cucchiai olio Evo
1 dl aceto di vino rosso
6 filetti d’acciuga dissalati
2 spicchi aglio
1 mazzetto di odori (prezzemolo, salvia e rosmarino)
brodo di carne
sale

Lavare asciugare il coniglio. Abbrustolire i peperoni, spellarli e tagliarli a striscioline.

Il una padella sciogliere 50 g di burro, adagiare gli odori e far soffriggere brevemente, aggiungere il coniglio, salare e farlo ben rosolare.

Togliere il fondo di cottura e ricoprire quasi a filo il coniglio con il brodo, coperchiare e cuocere per un’ora e mezza circa a fuoco moderato. Se asciuga troppo aggiungere brodo.

In un pentolino a parte versare l’olio, aggiungere il burro rimasto e far rosolare l’aglio. Stemperare le acciughe e sfumare con l’aceto.

Un quarto d’ora prima di togliere il coniglio dal fuoco, eliminare il mazzetto di odori ed aggiungere la salsina di acciughe, successivamente anche i peperoni, rigirare delicatamente spegnere e servire i pezzi di coniglio ben caldi ricoperti dai filetti di peperone e dalla salsa di cottura.

Coppa monastica

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200 g gelato alla vaniglia
1 cucchiaio burro
100 g cioccolato fondente
6 gherigli di noce tritati grossolanamente
Cialdine o lingue di gatto

In una casseruola sciogliere, a fuoco dolce, il burro con il cioccolato ed aggiungere le noci tritate. Porzionare nelle coppette il gelato e versare la salsa di cioccolato ben calda, guarnire con cialdine o lingue di gatto.

 

Luigi Veronelli

Ed accomi al vino Marzemino, citato anche da Mozart che ne celebra la bontà nel suo Don Giovanni: “Versa il vino, eccellente Marzemino!”.

Pare abbia natali controversi, alcuni lo danno per originario della Carinzia, per altri proverrebbe dal Padovano. In trentino, nella Vallagarina, la leggenda narra che l’uva marzemino sia stata importata in Italia da una antichissima città chiamata Merzifon, sul Mar Nero. Indagini storiche, invece, mostrano le sue origini a partire dal Caucaso per toccare la Grecia, la Dalmazia e quindi l’Italia, dove le truppe della Serenissima portarono le prime barbatelle di Marzemino in Trentino, durante la dominazione veneziana nel 1500.

Ho aperto una bottiglia di Marzemino trentino, giovane ed in versione ferma con una non elevata quantità di tannini ed aroma fruttato e persistente. Piacevole a tutto pasto.

 

 

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La Trippa a modo mio

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Non storcete il naso, io l’ho fatto per un po’ di anni poi ho provato a cucinare questo piatto e sapete che c’è? E’ buono!

La trippa fa parte della cultura culinaria italiana, ogni regione ha la sua ricetta tradizionale, dovuta alla diversità degli usi e alle abitudini, come la Busecca lombarda, la Sopa de Tripe padovana, o la zuppa di trippe napoletana, e ancora la trippa alla bolognese col Parmigiano, la Lucchese con formaggio e cannella terminando con il famoso street-food fiorentino, il panino a base di Lampredotto.

Ma è la tradizione romana a farla da padrone, ed è anche ricca di proverbi in merito, tra questi spiccano “Giovedì gnocchi e sabato trippa” seguito dal più celebre “Nun c’è trippa pe’ gatti”! Il proverbio ha un’origine ben precisa: nel 1907, il sindaco di Roma, Nathan, per risanare il bilancio cittadino in crisi nera, depennò dalla lista la trippa che il comune acquistava per i mici del centro storico (utilissimi per eliminare i topi della città). Nathan ritenne quella spesa uno spreco e per risparmiare annunciò pubblicamente che a Roma non ci sarebbe più stata trippa per gatti.

Per me è un piatto unico, lo servo abbastanza brodoso, spolverato generosamente di formaggio e completato con fette di pane casareccio.

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2 carote piccole
1 gambo di sedano verde
1 cipolla media
500 g di trippa
300 g fagioli lamon lessati
acqua calda
2 cucchiai olio evo
1 cucchiaino di concentrato d pomodoro
1/2 bicchiere vino bianco secco
Parmigiano reggiano (facoltativo)
fette di pane (facoltativo)
Sale
Sciacquare molto bene la trippa e tagliarla a listarelle, portare a bollore una pentola d’acqua e sbollentarla per pochi minuti, scolare.
Preparare un trito con la cipolla, il sedano, le carote e soffriggere il tutto in una casseruola a bordi alti con l’olio.
A fiamma vivace versare la trippa, tostarla e sfumare col vino.
Aggiungere acqua calda sin quasi a coprirla del tutto e cuocere a fuoco moderato con il coperchio semi aperto.
Passata un’ora aggiungere i fagioli e regolare di sale.
Continuare la cottura ancora una decina di minuti.
Servire ben caldo.

Riso integrale con lenticchie su purea di broccoli allo zenzero fresco

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Il parco del Ticino regala sorprese a non finire, ultima in ordine cronologico è la Riserva San Massimo, un luogo dove Natura, Biodiversità ed Agricoltura si fondono insieme.

In questo contesto ambientale la foresta ospita una ricca fauna selvatica che in parte cede spazio a coltivazioni diversificate, alberi da frutto, piante officinali e… risaie che vengono allagate naturalmente grazie all’autosufficienza idrica data da ben 44 risorgive, che si arricchiscono di sostanze organiche attraversando la foresta ed il terreno torboso.

Qui si coltivano le varietà di Vialone Nano, Rosa Marchetti ed il re dei risi, il Carnaroli dalle sue altissime spighe.

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Grazie al Calendario del Cibo Italiano ed all’Ambasciata del Gusto che mi hanno fatto conoscere Dino Massignani, al quale va un plauso doveroso per  la bella ed istruttiva giornata, la cui passione accresce la valorizzazione del nostro territorio.

Il mio contributo non può essere che quello di cucinare il suo riso integrale Carnaroli, dai chicchi perfetti e deliziosamente ambrati, preparando un piatto che amo particolarmente poichè fa parte delle mie interpretazioni di cucina socratica.

Le dosi sono calcolate per due persone:

120 g di riso integrale Carnaroli
150 g di cimette di broccoli cotte a vapore
150 g di lenticchie di Castelluccio
1 pezzetto di zenzero fresco
olio Extra Vergine d’Oliva
½  cucchiaio di dado vegetale
sale

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In una pentola d’acqua fredda versare il riso integrale e quando prende bollore salare e calcolare almeno 40 minuti di cottura.

Sciacquare le lenticchie e senza metterle in ammollo porle in una casseruola con poco più di mezzo litro d’acqua fredda, aggiungere il dado vegetale. Portare a bollore, regolare la fiamma e far sobbollire per quaranta minuti, regolatevi con le lenticchie che usate voi, in genere sulle confezioni sono riportati i tempi di cottura. Dovranno risultare morbide e non completamente asciutte poichè servirà anche il loro brodo.

Lavare e dividere in cimette il broccolo, cuocerlo a vapore per una decina di minuti.

In un mixer versare i broccoli, un mestolo di brodo delle lenticchie per creare una purea morbida, un pizzico di sale e un bel pezzetto di zenzero.

A cottura ultimata scolare il riso e comporre i piatti mettendo sul fondo delle fondine la crema di broccoli e sopra il riso, completare con le lenticchie ed un giro di olio extra vergine d’oliva.

Pillola socratica 😉

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Parmigiana di melanzane

Parmigiana

Gn della parmigiana di melanzane del Calendario del Cibo Italiano.

Questa ricetta mi ricorda la prima volta che ho letto un libro vero, grazie al quale ho scoperto un mondo meraviglioso fatto di parole e fantasia.

Correva l’anno, per inciso ora gli anni li faccio camminare così li gusto meglio, quando la mia insegnante mi fece leggere Il treno del sole di Renée Reggiani. Il libro è molto descrittivo, nei passaggi ove l’autrice delineava azioni, luoghi e sensazioni io ero lì.

Narra di un viaggio della speranza compiuto da una famiglia della Sicilia che decide di cercare la fortuna al Nord. Agata, la protagonista, aiuta la famiglia anche lavorando in campagna; in particolare la ricordo nell’atto di raccogliere un frutto maturo, scaldato dal sole siciliano, assaggiato e gustato subito dopo averlo staccato dalla pianta… è una turgida melanzana. Ebbene, cucinare le melanzane ed immediatamente  ritornare a quelle pagine è questione di un attimo.

La parmigiana di melanzane ha una nascita incerta, certissima è invece la provenienza medio-orientale del frutto, vero è che recentemente ho assaggiato uno splendido moussakas a Creta, di fatto molto simile a questo piatto.

Benchè nel libro venga mangiata cruda, nella realtà le melanzane non sono commestibili se non consumate cotte. Principalmente io uso grigliarle come ho fatto anche in questa occasione. Se poi ne preparo un pò di più le conservo in congelatore, saranno già pronte per altre occasioni.

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Quando mangiare la parmigiana? Per me sempre, è un ottimo piatto unico, un buon secondo e si può gustare sia calda che a temperatura ambiente. La mangio anche fredda, appena tirata fuori dal frigo quando rientro dall’ufficio e sono affamata… mi piace tantissimo!

3 melanzane tonde
150 gr di prosciutto cotto *
200 gr di mozzarella
1 ciuffo di basilico
500 gr di passata di pomodoro
1 spicchio di aglio
Parmigiano Reggiano
Olio Evo
Sale

Lavare e tagliare a fette di mezzo centimetro le melanzane, mettere nel lavello uno scolapasta e lì porle a strati cosparse di sale grosso per far perdere loro l’acqua di vegetazione e l’amaro. Dopo un’ora sciacquarle sotto l’acqua corrente ed asciugarle bene.

Grigliarle per qualche minuto su una piastra ben calda, rigirandole fino a doratura.

Preparare un sugo di pomodoro, a crudo mettere in una casseruola qualche cucchiaio di olio, l’aglio e la passata di pomodori, aggiustare di sale. Cuocere per venti minuti ed aggiungere quasi a fine cottura le foglie di basilico spezzate a mano.

Tagliare la mozzarella a fettine sottili e poi a strisce, fare la stessa cosa con il prosciutto cotto.

Sporcare una teglia con un cucchiaio di sugo e disporre un primo strato di melanzane, stendervi sopra due cucchiai di sugo, una manciata di mozzarella, un cucchiaio di Parmigiano Reggiano ed il prosciutto. Creare così 3 o 4 strati terminando con le melanzane.

Ricoprire il tutto di sugo e Parmigiano Reggiano grattugiato.

Cuocere in forno già caldo a 180° per circa 25/30 minuti.

* La mia ricetta comprende il prosciutto cotto che si può omettere e diventa un piatto vegetariano.

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Panzanella prêt-à-porter

Gn della panzanella del Calendario del Cibo Italiano.

Con questa umilissima ricetta mi addentro in un ginepraio culinario dal quale spero di uscirne con tutte le piume al loro posto.

Una cara bloggamica toscana su questo fronte è molto integralista, cito: “esiste una sola versione della panzanella e prevede 2 ingredienti fondamentali. Il resto sono aromi naturali e non divagazioni sul tema. La panzanella è PANE E POMODORO, tutto qui”.

Torno un po’ indietro nel tempo e trovo Agnolo Allori detto il Bronzino, pittore che operò alla corte de’ Medici nel ‘500, che così canta le lodi di questo piatto:

“Ma chi vuol trapassar sopra le stelle,
Di melodia, v’aggiunga olio e aceto
E’ntinga il pane e mangi a tira pelle.” …
…  “Un insalata di cipolla trita
Colla porcellanetta e citriuoli
Vince ogni altro piacer di questa vita.
Questo trapassa l’amor de’ fagiuoli,
E d’amici, e di donne, che con essi
T’ammazzeresti per due boccon soli.
Considerate un po’ s’aggiungessi
Basilico e ruchetta, oh per averne
Non è contratto che non si facessi”…
[In lode delle cipolle]

Qui non vi è traccia dei pomodori, che ancora non venivano usati in cucina, si cita l’erba porcellana, oggi non più utilizzata, la cipolla e il cetriolo, quest’ultimo gradito ai fiorentini ma non ai senesi. Per non dire che in Garfagnana poi c’è la “Panzanella del prete” decisamente più elaborata.

Sempre sulle sue origini, si fa risalire la ricetta all’abitudine contadina di bagnare il pane secco e di mischiarlo con le verdure dell’orto. E ancora, pare che la nascita della panzanella sia avvenuta a bordo dei pescherecci dove i marinai portavano del pane indurito, qualche pomodoro e bagnavano il tutto con acqua di mare.

Anche il nome ha origini incerte, per alcuni non è che l’unione delle parole pane e zanella (che significa piatto fondo o zuppiera), per altri dal nome “panzana” che in origine voleva dire pappa.

Tirando le somme ho capito una cosa, il pane toscano e l’acqua sono obbligatori con l’aggiunta di pochi altri ingredienti, altrimenti è altra cosa.

In tutto questo io una variante l’ho fatta, mettendola dentro un contenitore edibile e facente parte integrate della ricetta stessa: i pomodori.

E’ così diventata una Panzanella prêt-à-porter spero con buona pace di tutti 😉

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200 g di pane toscano raffermo
4 pomodori ramati non troppo maturi
basilico fresco in abbondanza
1 cipollotto fresco
olio extravergine d’oliva
sale
aceto di vino bianco

Mettere il pane in ammollo nell’acqua per poco meno di 10 minuti e strizzarlo molto bene.
Lavare i pomodori, tagliare la calotta a tre di questi, svuotarli e tritare la polpa ottenuta insieme alle calotte ed al quarto pomodoro.

Lavare e tagliare il cipollotto, lavare e spezzettare a mano il basilico.

In una terrina sbriciolare il pane, aggiungere il trito di pomodori, il cipollotto ed il basilico.

Condire con abbondante olio, sale e aceto, mescolare molto bene e mettere in frigo per un paio d’ore.

Riprendere i pomodori svuotati e riempirli con la panzanella, colare sopra anche il condimento, tenerli a temperatura ambiente una mezz’ora prima di servirli.

Il mio Dakos (frisella cretese) per il Club del 27

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La stagione calda mi porta inevitabilmente a prediligere piatti leggeri, senza lunghe cotture ma sempre sfiziosi e soprattutto colorati.

Perfetta quindi l’occasione della mia partecipazione al Club del 27 che, in concomitanza con l’uscita del tema del mese relativo alla sfida MTChallenge, propone le insalate sfiziose.

Ho scelto di preparare il Dakos con pomodori, feta ed olive riprendendo una ricetta tratta dal libro “La cucina greca” di Jean-Michel Carasso.

Non disponendo della frisella cretese, ho preparato la frisa salentina in quanto molto simile, la seconda variante aggiunta è stato dare il punto di colore verde brillante ed il gusto leggermente pungente della rucola, sposa fedele della frisa stessa.

Spendo due parole su questo tipo di pane biscottato, che una leggenda afferma essere stato portato da Enea quando sbarcò a Porto Badisco, vicino Otranto. La friseḍḍa, freseḍḍa, frisa nei vari dialetti altri non è che una ciambella di grano duro, oppure di orzo preparata con una doppia cottura in forno. La forma ha un suo significato logistico preciso, per facilitarne il trasporto venivano raccolte tutte insieme con una cordicella passando attraverso il buco, come per formare una collana. Un tempo i pescatori addirittura la bagnavano in acqua di mare per ammorbidirla e condirla con del pomodoro fresco, olio e origano.

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Per prima cosa vi spiego come preparare le frise:

150 g farina di grano duro
90 g farina integrale
150 ml circa di acqua
1 cucchiaio olio extravergine d’oliva (facoltativo per un impasto più friabile)
50/70 g di lievito madre (in alternativa 5 g di lievito di birra)
sale

Come sapete io panifico con il levito madre e l’ho utilizzato anche qui ma potete ottenere un buon risultato anche con il lievito di birra.

In una ciotola ho mischiato le due farine aggiunto il lievito, se ldb stemperatelo prima in un pò d’acqua, olio, sale e acqua quanto basta per ottenere un composto elastico e non troppo appiccicoso. Lavorare per una decina di minuti almeno e porre a lievitare il panetto ottenuto in un luogo asciutto per 2/3 ore o sino al suo raddoppio.

Riprendere l’impasto e dividerlo un pagnottelle grosse come un pugno, formare dei rotolini da avvolgere a spirale come si può vedere dalla foto. Riporre a lievitare ancora per un’ora almeno.

Nel frattempo accendere il forno a 200° e, quando le frise sono pronte, infornare per 10/12 minuti.

Fatta la prima cottura lasciarle intiepidire e tagliarle a metà trasversalmente, con l’ausilio di un coltello oppure di un filo (modalità a strozzo). Disporre i due fondi delle frise sulla teglia e nuovamente ri-cuocerli in forno per altri 5 minuti almeno al fine di eliminare completamente l’umidità residua della pasta. Si conservano per parecchio tempo in un sacchetto per alimenti.

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Una volta preparata la base ho composto la ricetta scelta:

1 frisella integrale
1 pomodoro maturo (dimensione piccolo/medio)
30 g di Feta
1 pizzico di origano secco
olive nere piccole
Olio extra vergine di oliva
1 spruzzo di aceto di vino rosso
rucola
Sale

Tagliare il pomodoro in cubetti piccoli, sbriciolare la Feta, bagnare molto velocemente la frisella sotto l’acqua, e coprirla con i cubetti di pomodoro.

Condire con olio, poco aceto, origano e poco sale, aggiungere la Feta sbriciolata sopra il pomodoro, qualche oliva nera e servire su un letto di rucola.

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Un grazie a Mai e Francesca per i banner.

I Rolls

Altro mese altro giro e la palma della vittoria l’ha meritatamente conquistata Giovanna che ci propone una sfida all’ultimo rotolo… Il roller infatti è l’argomento di questo MTC.

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I “rolls” quindi altri non sono che dei rotoli e questo e’ uno dei molti casi in cui e’ la forma a dare il nome al piatto. Le preparazioni arrotolate a cilindro vengono tagliate in tranci, viste dall’alto dovrebbe vedersi la spirale formata dai diversi ingredienti, pochi e ben legati tra loro.

Ho preparato due tipi differenti di rolls partendo da piatti che normalmente necessitano dell’uso delle posate ma che in questo caso diventano un goloso finger food.

Il procedimento per formare al meglio i rolls, con maggiori dettagli, lo potete leggere sul blog della vincitrice, io vi spiego tutto più semplicemente, e con un pò d’attenzione e pazienza otterrete anche voi un buon risultato.

Rolls di parmigiana di melanzane
12 fette di melanzana grigliate
4 fette di mozzarella filante
3 fette di prosciutto cotto
50 g di salsa di pomodoro già cotta
cialde di mais
Per preparare il roller stendere un foglio di pellicola trasparente ed adagiare su di essa le fette di melanzana, sovrapponendole leggermente per creare una forma quasi rettangolare, stendere qualche cucchiaio di salsa di pomodoro, adagiare sopra il prosciutto ed infine il formaggio. Arrotolare stretto il tutto aiutandosi con la pellicola fino a chiudere il cilindro. Mettere in congelatore per 2-3 ore, fino a quando abbia raggiunto la durezza che permette di tagliarlo senza deformarlo.
Tagliare i roller a fette di 1,5 cm ed appoggiarli su piccole cialde di mais tagliate della stessa dimensione.
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Rolls di crespelle e fiori di zucca
2 uova
2 cucchiai di yogurt greco
3 piccole zucchine con il loro fiore
1/2 cipolla bianca
sale
olio extravergine d’oliva
2 fette di pane integrale
Preparare delle crespelle amalgamando le uova allo yogurt greco, regolare di sale. In un padellino antiaderente scaldare poco olio e versare un terzo del composto per volta, distribuendolo uniformemente su tutta la superficie. Appena la pastella si sarà rassodata e i bordi increspati, girare la crespella con la spatola e cuocere ancora per mezzo minuto.
A parte stufare in poco olio la cipolla tagliata finemente, le zucchine tagliate a rondelle e, quando sono quasi cotte, i fiori di zucca tagliati a listarelle, regolare di sale.
Far raffreddare il  tutto.
Per preparare il roller stendere un foglio di pellicola trasparente ed adagiare su di essa le crespelle, stendere le zucchine ed i loro fiori. Arrotolare stretto il tutto aiutandosi con la pellicola fino a chiudere il cilindro. Mettere in congelatore per 2-3 ore, fino a quando abbia raggiunto la durezza che permette di tagliarlo senza deformarlo.
Tagliare i roller a fette di 1,5 cm ed appoggiarli su piccole fette di pane tagliate della stessa dimensione.
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Con questa ricetta partecipo alla sfida:

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Tortino di pasta violada

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La pasta violada o violata è tipica della cucina sarda, viene utilizzata nella preparazione di diversi piatti, può essere fritta per fare le mitiche sebadas o seadas che dir si voglia, o cotta in forno come per la panada.

Io l’ho utilizzata per proporre un tortino di miglio e verdure, un piatto unico, versatile e ottimo sia tiepido che a temperatura ambiente, ideale per una scampagnata.

6Per la pasta violada:

300 g semola rimacinata
50 g farina 0
30 g olio extravergine d’oliva
5 g sale
220 g acqua tiepida

Sciogliere il sale nell’acqua tiepida, aggiungere l’olio extravergine d’oliva, le farine ed impastare aggiungendo l’acqua tiepida poco alla volta.

Lavorare la pasta per almeno 15 minuti fino ad ottenere un panetto abbastanza sodo e liscio, compatto, asciutto e malleabile. Coprirlo con la pellicola trasparente e lasciare riposare una mezz’ora circa in un luogo fresco fuori dal frigorifero.

4Per il ripieno:

1 porro a rondelle
70 g spinaci lessati e tritati
150 g coste piccole lessate e tritate
1 cucchiaio di semi di sesamo
120 g di miglio
1 cucchiaio di olio EVO
3 uova
50 g pecorino o parmigiano
sale
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Lessare il miglio.

Nel frattempo in una padella rosolare il porro nell’olio ed aggiungere le verdure al fine di insaporirle per qualche minuto.

Amalgamare il tutto insieme al sesamo ed al miglio scolato molto bene, aggiustare di sale e lasciare intiepidire prima di aggiungere il formaggio grattugiato.

Sbattere brevemente le uova, tenerne da parte un cucchiaio (servirà per spennellare la superficie del tortino) ed incorporarle al composto tiepido.

Accendere il forno, modalità ventilato, a 180°.

Scegliere uno stampo dai bordi alti ed ungerlo leggermente di olio.

Prendere 2/3 di pasta, il restante 1/3 va tenuto da parte coperto con la pellicola per non farlo seccare, e stenderla fino a ottenere una sfoglia spessa circa 1 cm. Dare la forma più regolare possibile tenendo in conto di farla sbordare di qualche centimetro rispetto lo stampo. Far aderire bene la pasta alle pareti e versarvi il composto.

Stendere il secondo panetto di pasta grande quanto la superficie dello stampo, coprire la preparazione sigillando bene i bordi e rifilare se necessario la pasta. Con i ritagli rimasti si possono fare piccoli decori.

Spennellare l’intera la superficie con l’uovo battuto tenuto parte e bucherellarla tutta con uno stuzzicadenti.

Cuocete in forno per 40 minuti, se la superficie colora troppo coprirla con un foglio di carta stagnola.

A cottura ultimata spegnere il forno e lasciare dentro ad intiepidire.

Purè di Fave con cicoria e pecorino

Un piatto della tradizione pugliese per eccellenza protagonista della GN delle fave e pecorino del Calendario del Cibo Italiano.

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Ingredienti semplici, la cicoria selvatica o le erbe amare, le favette piccole e tenere, il pecorino sapido da grattare o fare a scaglie e spargere a pioggia sul tutto, rende questo piatto una delle icone della cucina salentina, pugliese e materana.

Le verdure citate non sono semplici da reperire in città, per fortuna si trova in commercio la cicoria coltivata e va bene ugualmente.

Le fave fresche sono tipiche invece di questo periodo dell’anno, le più piccole e tenere, mangiate crude si sposano letteralmente con un buon pecorino di media stagionatura.

Per questo piatto in particolare si devono utilizzare quelle secche che, a seconda delle dimensioni andranno messe in ammollo per qualche ora o solamente risciacquate, ma per questo controllate le indicazioni riportate sulla confezione.

Il piatto che verrà a comporsi, per la sua alternanza di dolce (fave), amarognolo (cicoria) e la punta sapida del formaggio, acquisirà un insieme di sapori meravigliosi. Ogni volta che lo preparo penso ad una cara amica che soffrendo di favismo non lo può  nemmeno assaggiare. Per fortuna la nostra cucina ci regala molto altro e questo mi consola, ciao Licia 🙂

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250 g di fave secche decorticate
1 patata media
1 cucchiaio di dado vegetale
750 ml di acqua
pecorino sardo semi-stagionato
350 g di cicoria
1 spicchio di aglio
peperoncino
olio extra vergine d’oliva

sale

Lasciare in ammollo le fave se la qualità che avete scelto lo prevede, le mie le ho solo sciacquate molto bene. Riempire una pentola con l’acqua  necessaria a ricoprirle e portare a bollore, togliere la schiuma che si formerà, aggiungere la patata dadolata, il dado e lasciare cuocere girando di tanto in tanto.  Ci vorrà circa un’ora di cottura, dipende dal tipo di fave che avrete utilizzato, il alcuni casi il tempo va raddoppiato. A cottura ultimata si otterrà una crema granulosa da ripassare con il frullatore ad immersione se si vuole ottenere un effetto vellutato.

Mentre le fave cuociono, pulire la cicoria, lessarla in poca acqua e scolarla molto bene. Ripassarla in una padella dove avrete fatto imbiondire l’aglio in poco olio, salato ed aggiunto un pò di peperoncino.
In un piatto versare qualche cucchiaio di purè di fave con sopra un filo d’olio, accanto un pò di cicoria e su tutto una pioggia di pecorino.

 

Calzoni di pasta matta al forno

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Non avete dimestichezza con i lievitati, non usate la pasta madre, avete timore di non riuscire nell’ardua impresa di fare anche un piccolo impasto… eccetera, eccetera. Naaaa, cimentatevi serenamente, come direbbe un mio amico, con questa pasta matta e farete una porca figura, come direbbe invece una mia amica 😉

I calzoni di pasta ripieni della qualunque sono sempre buoni e sfiziosi, io vi propongo il classico condimento, sta a voi tentare nuove strade e sbizzarrirvi. Questi sono fatti con la pasta matta, pochi ingredienti, zero lievitazione, mentre si preparano il forno si scalda e dopo pochi minuti li avrete belli caldi e gustosi in tavola.

200 g di farina tipo 1 (va bene anche la 0)
70 g acqua
2 cucchiai di olio extra vergine d’oliva
1/2 cucchiaino raso da caffè di sale
12 pomodorini
180 g di mozzarella
Origano
Olio extra vergine d’oliva
Lavare e tagliare in quattro i pomodorini, tagliare la mozzarella e lasciare scolare il tutto dentro un colino.
Fare intiepidire l’acqua, non deve essere bollente, in una ciotola setacciare la farina, fare il buco al centro e versare l’olio, aggiungere il sale e l’acqua poco per volta. Quando la farina avrà assorbito tutta l’acqua, togliete l’impasto dal recipiente e lavorarlo con le mani su una spianatoia per un paio di minuti. Se è troppo umido aggiungere poca farina, se è troppo duro ancora un goccio di acqua. Fare riposare l’impasto avvolto da una pellicola, per circa mezz’ora.
Nel frattempo accendere il forno a 190° modalità ventilata.
Riprendere la pasta, dividerla in quattro parti e stenderla cercando di creare dei dischi dal diametro di circa venti centimetri.
Disporre su ognuno una parte dei pomodori, la mozzarella, un pò di origano ed un goccio di olio.
Chiedere a mezzaluna, rincalzare i bordi e premerli con i rebbi di una forchetta. Pennellare la superficie con un pò di olio.
Disporre i calzoni ottenuti sulla placca del forno, a metà altezza, e cuocerli per dieci minuti.