Sugo di carciofi alla Mario Ruoppolo

Sugo

“Nell’estate del 1952 Mario Ruoppolo, un disoccupato figlio di pescatori, vive su un’isola del sud Italia che da poco tempo ha dato asilo politico al grande poeta cileno Pablo Neruda. E proprio in occasione di ciò, Mario viene assunto in qualità di postino con l’unico compito di consegnare la posta al poeta, dato che tutto il resto della popolazione è analfabeta e quindi fino ad allora non c’era stato bisogno di postini..”

Inizia così il film Il Postino di e con Massimo Troisi, scomparso 24 ore dopo la fine delle riprese. E’ l’ultimo lascito di una persona speciale, dal cuore grande ed al tempo stesso delicato.

La pasta che vi presento è condita con un sugo che viene preparato proprio dal protagonista nel film.

Complici la stagione dei carciofi ed il rosso avvolgente dei pomodori freschi, il risultato è un condimento morbido e gustoso, il preludio al bel tempo, al sole, al mare.

E’ quasi una poesia, ma come spiegarla? Lascio all’altro protagonista del film il compito:

“Quando la spieghi la poesia diventa banale, meglio di ogni spiegazione e l’esperienza diretta delle emozioni che può svelare la poesia ad un animo predisposto a comprenderla.” Pablo Neruda

Massimo Troisi

Immagine dal web

Oggi è il suo compleanno e mi piace ricordarlo così.

Per 6 persone

500 g spaghetti (io pasta corta)
6 carciofi “vestiti da guerrieri e bruniti come melograno”
600 g di pomodori “rosse viscere” freschi e maturi
2 spicchi di aglio “avorio prezioso”
3 cucchiai di olio extravergine di oliva
sale e pepe (io timo)

preparazione

Pulire i carciofi, togliere tutte le foglie esterne più dure, tagliarli a metà e togliere la barba interna.

Affettarli sottilmente e cuocerli a fuoco lento nell’olio, dove avrete fatto rosolare l’aglio, fino a quando arrivano a disfarsi. Occorrono circa quindici minuti, nel caso asciugassero troppo aggiungete giusto un paio di cucchiai d’acqua calda.

Lavare e tagliare a cubetti i pomodori, aggiungerli ai carciofi cotti e mescolare bene. Profumare con il timo e salare.

Cuocere ancora per qualche minuto.

Portare a bollore una pentola d’acqua, salare e cuocere la pasta. Un minuto prima della cottura scolarla e spadellare con il sugo.

 

 

 

 

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Risotto rosso di barbabietola e Gorgonzola

 

Risotto rosso di barbabietola e Gorgonzola

Vi piace la cucina colorata, allegra e vivace? A me tantissimo!

Il risotto che ho preparato ha questi ingredienti che mettono buonumore oltre che dare gusto e soddisfazione al palato, merito della barbabietola rossa e del Gorgonzola.

Prima di passare alla ricetta, spendo due parole a beneficio di questo ortaggio che in genere viene consumato in aggiunta alle insalate ma che in verità è versatile, lo si può utilizzare a crudo, cotto al forno, bollito, frullato o estraendone il succo. Inoltre, cosa da non sottovalutare, la barbabietola rossa ha diversi punti di forza. Tra le sue caratteristiche ho letto che ha un buon contenuto di ferro, è un regolatore della pressione, è rinfrescante e ricostituente. Ha anche una sigla che si trova sulle confezioni di alcuni alimenti: E 162, identifica proprio il Rosso di Barbabietola, un colorante naturale.

Ma non dimentico l’altro protagonista di questo risotto: il Gorgonzola, splendido formaggio erborinato che ha acquisito la Dop e deve i suoi natali alla provincia di Milano.

Oggi è celebrato nella Say Cheese! Gn del Gorgonzola per il Calendario del Cibo Italiano.

Risotto rosso di barbabietola e Gorgonzola 1.jpg

Dosi per 4 persone

260 g di riso Carnaroli
1 scalogno
1 barbabietola rossa di media grandezza
80/100 g di gorgonzola dolce
½ bicchiere di vino bianco*
1 cucchiaio colmo di dado vegetale
2 cucchiai di olio extra vergine d’oliva

In una casseruola versare l’olio e fare appassire a fuoco dolce lo scalogno tritato.

Portare a bollore un litro e mezzo di acqua.

Tagliare in parti la barbabietola rossa già cotta e spellata e frullarla con un mestolino di acqua calda.

Quando lo scalogno è pronto versare il riso, tostarlo e sfumarlo con il vino.

Cuocere aggiungendo un mestolo di acqua calda dove avrete temperato il dado vegetale, e poi altra acqua calda, mescolando di tanto in tanto.

A metà cottura aggiungere la barbabietola rossa frullata e portare a termine la cottura.

Mantecare il risotto con il gorgonzola tagliato a cubetti.

In accompagnamento al piatto ho scelto un bianco fermo: il Riesling italico*  le cui origini risiedono in Germania, ma che ha avuto larga diffusione anche nel nostro territorio dove ha acquisito sentori diversi, più delicati, in relazione alla composizione del terreno delle zone di allevamento dei vitigni.

 

Il mal d’Africa mai… Passato

Savana.jpg

Qualche anno fa sono stata letteralmente portata in Africa.

Adoro viaggiare, visitare luoghi nuovi, avere l’opportunità di poter conoscere persone e culture diverse. Ma questa volta non ero convinta della vacanza che mi si prospettava, ero restia ad andare nella savana africana. Principalmente per una serie di vaccinazioni da fare, giustamente preventive, e poi dover preparare di tutto e di più per andare in un campo tendato. Proprio io che non so nemmeno cosa sia un campeggio organizzato, no non era cosa.

Per fortuna mio marito la pensava diversamente ed imperterrito mi ha costretta, senza tortura sia chiaro, a preparare quanto necessario per imbarcarci alla volta del Masai Mara in Kenya.

Due parole sole: esperienza fantastica!

Si, lo so, ho ammorbato chiunque passasse sotto tiro per mesi, e dopo?

Ho continuato ad ammorbare chiunque passasse sotto tiro, questa volta per esprimere la gioia e la meraviglia per tutto quello che ho vissuto.

Come dite? Si, i miei amici ancora oggi appena si parla di quel viaggio mi prendono in giro, pazienza, uno scotto lo dovevo pur pagare.

Oltre al ricordo dei momenti vissuti intensamente e la moltitudine di foto che li accompagna, ho portato a casa i profumi ed i sapori che quella incredibile terra mi ha regalato. Non mi è mancato di assaggiare ogni tipo di cibo possibile ed immaginabile, in  particolare una crema mi ha conquistata, profumata da un giusto equilibrio di spezie, che ho voluto provare a fare a casa raggiungendo un buon compromesso di sapori.

Un’ultima cosa voglio dirvela, il mal d’Africa esiste davvero, e quando mi prende mi consolo così:

1A

per 2 persone
1 cipolla
1 scalogno piccolo
2 patate medie
1 carota
2 pomodori ramati
1 cucchiaino di zenzero fresco
1 chiodo di garofano
1 pizzico di coriandolo essiccato
1/2 cucchiaino di cannella
1/2 cucchiaino di semi di cumino
1 pizzico di peperoncino piccante essiccato
2 cucchiai di burro d’arachide
una manciata d’arachidi tostate non salate
2 cucchiai di olio Evo
1 lt d’acqua circa

sale

In una casseruola versare l’olio e far appassire, a fuoco dolcissimo per qualche minuto, la cipolla e lo scalogno tritati. Aggiungere lo zenzero, e tutte altre spezie, e tostare per un minuto. Incorporare i pomodori a tocchetti, le patate e la carota grattugiate e cuocere per qualche minuto ancora. Versare l’acqua calda e portare ad ebollizione, abbassare la fiamma, cuocere per mezz’ora. Regolare di sale.

A cottura ultimata togliere il chiodo di garofano e frullare molto bene il tutto, infine amalgamare bene con il burro d’arachide. Versare il passato ancora caldo nelle fondine e guarnire con le arachidi tostate.

Crostata di Anna Conte con marmellata e mele per il Club del 27

Crostata

Facciamo un breve ripasso, cos’è innanzi tutto il club del 27? Leggete qui per capire di cosa si tratta e, perchè no, partecipare anche voi.

Il Club da quest’anno sarà concentrato su alcune ricette estratte ogni volta da un libro diverso. Questo mese è il turno di “Marmalade, a Bittersweet cookbook” di Sarah Randell e delle sue marmellate di agrumi. Tra le innumerevoli tentazioni ho scelto la marmalade di arance dolci e frutto della passione per poi abbinarla ad una crostata fragrante.

Non ho mai preparato confetture o marmellate che contenessero più frutti insieme, così come non avevo mai pensato ti mettere sul fondo di una classica crostata delle mandorle, devo ammettere che l’idea è ottima e va sicuramente replicata.

Bando agli indugi e vediamo come preparare queste due dolci tentazioni.

Sweet orange and passion fruit marmalade
Marmellata d’arance e frutto della passione
Marmellata arance e frutto della passione
Per tre vasetti piccoli
2 arance dolci
1 mela renetta
1 limone
2 frutti della passione

400 gr di zucchero

Tagliare e spremere il limone, sminuzzare le bucce e mettere tutto (semi e polpa compresi) in una ciotola. Coprire con acqua e tenere da parte.

In una padella mettere le arance, coprire con acqua e portare ad ebollizione. Cuocere a fuoco lento per 50 minuti o fino a quando non saranno morbidi, pungerli con una forchetta.

Nel frattempo, sbucciare, tagliare a piccoli pezzi le mele e porle in una piccola casseruola con 3 cucchiai d’acqua. Cuocerle a fuoco lento, parzialmente coperto, per 10 minuti, o fino a che non diventano morbide, mescolarle di tanto in tanto ed aggiungere un po’ d’acqua se necessario.

Tagliare in due i frutti della passione, setacciare la polpa in una ciotola, schiacciare i semi con la parte posteriore del cucchiaio nel setaccio per ottenere quanto più succo possibile. Ricordarsi di raschiare il succo dal fondo del setaccio, quindi scartare i semi: si dovrebbero avere circa 70 ml di succo.

Togliere le arance dalla pentola e tenere da parte il liquido di cottura. Quando le arance sono tiepide da poter essere maneggiate, dividerle in quattro e tagliarle dadolarle, scartando eventuali semi. Trasferire le fette e il succo d’arancia in una pentola.

Filtrare il succo di limone ed aggiungerlo. Aggiungere circa 350 ml di liquido di cottura delle arance, lo zucchero e la mela cotta. Mescolare bene.

Marmellata

Cuocere la marmellata a fuoco basso, mescolando spesso, per sciogliere lo zucchero. Aggiungere il succo del frutto della passione e portare la marmellata ad ebollizione, quindi far bollire la marmellata per 30/40 minuti, o fino a quando non ha raggiunto la giusta densità scivolando morbidamente sul cucchiaio. Ricordate che una volta raffreddata sarà molto più densa.

Travasarla in vasetti sterilizzati, chiuderli e capovolgerli sino a completo raffreddamento.

Per sterilizzare i vasetti leggete qui

Anna Conte’s marmalade and apple crostata
Crostata alle mele e marmellata di Anna del Conte

Crostata1.jpg
250 g di farina 0
100 g di zucchero a velo
buccia grattugiata di ½ limone
150 g di burro a temperatura ambiente
1 uovo grande + 1 tuorlo
Per il ripieno
100 g di mandorle tostate
1 mela Granny Smith
8 cucchiai colmi di marmellata
buccia grattugiata di ½ limone

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Versare la farina in una ciotola, setacciare lo zucchero a velo e aggiungere la buccia di limone, mescolare.
Tagliare il burro a pezzi e aggiungerlo alla farina poi con la punta delle dita strofinarlo nella farina e nello zucchero. Sbattere l’uovo e il tuorlo e aggiungerlo all’impasto. Mescolare inizialmente con un cucchiaio, poi impastare velocemente con le mani.
Formare una palla, avvolgerla nella pellicola trasparente e mettere in frigorifero per almeno 30 minuti Se fatta il giorno prima la pasta sarà più friabile una volta cotta ma portarla a temperatura ambiente prima di stenderla.
Stendere 2/3 dell’impasto mettendolo tra due fogli di carta forno e rivestire una teglia con scalanature di 23 cm di diametro alta 3/4 cm rifilando i bordi.

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Bucherellare con i rebbi di una forchetta la base e cospargere le mandorle tritate grossolanamente, distribuendole in modo uniforme.
Pelare, eliminare il torsolo e grattugiare la mela, aggiungere la marmellata e la buccia di limone e spalmare nel guscio di pasta.
Con la pasta rimasta ricavare un rettangolo lungo circa 25 cm, ritagliare 6 strisce larghe circa 2 cm e disporre sulla superficie della torta, poi ritagliare altre 6 strisce e disporle sulla torta nella direzione opposta, creando una grata.
Mettere la crostata in frigorifero per 20 minuti.
Preriscaldare il ventilato a 180° ed infornare la crostata per 35/40 minuti, fino a quando non sarà dorata.
Lasciarla intiepidire, sfornarla e servire.

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Tarallini pugliesi

Tarallini pugliesi

Son come le ciliegie, uno tira l’altro e non si smette più. I tarallini pugliesi sono una droga legalizzata e da quando ho provato a farli in casa non li compro più, anzi mi diverto ad aromatizzarli ogni volta in modo diverso. Sono perfetti come spezzafame e sfiziosi serviti con l’aperitivo.

Poichè la loro preparazione è lunga vale la pena farne un pò di più per poi conservarli in una scatola di latta per qualche giorno, sempre che non spariscano prima.

I tarallini bolliti sono tipici della Puglia, ma si preparano in modi diversi in tante altre regioni come potrete scoprire oggi nella Gn dei taralli e dei tarallucci del Calendario del Cibo Italiano.

Tutti pronti adesso per prepararne un bel cestino, vi spiego come:

500 g farina 0
125 ml vino bianco secco
125 ml olio extravergine d’oliva
10 g sale
concentrato di pomodoro
origano
quello che più vi piace, peperoncino, semi di finocchio, ecc.

Preparazione

Intiepidire leggermente il vino e sciogliervi il sale.

Fare una fontana con la farina e nel mezzo versare il vino e l’olio, impastare bene per almeno cinque minuti.

Dividere in più parti la pasta, io ho preparato tre panetti. Nel primo ho messo l’origano, nel secondo il concentrato di pomodoro, nel terzo nulla perchè mi piacciono anche al naturale.

Coprirli con una ciotola e far riposare mezz’ora.

Riprendere gli impasti e, con santa pazienza, fare man mano dei bastoncini dal diametro di circa 1,5 cm, tagliarli in tanti pezzi da 8 cm ed arrotolarli su se stessi come un tortellino.

Preparazione1

Portare a bollore una capiente pentola d’acqua e tuffare i tarallini un pò alla volta. Scolarli quando vengono a galla, lasciarli ad asciugare su un canovaccio.

L’ideale sarebbe aspettare che si asciughino bene, anche una notte intera.

Accendere il forno elettrico a 200°, modalità ventilata, e cuocerli per 18/20 minuti. Al termine spegnere il forno, lasciare i tarallini all’interno con lo sportello semi-aperto ed attendere che si raffreddino piano piano, ciò li renderà ancora più friabili.

Canederli ai funghi porcini, parmigiano e zafferano

Canederli

Oggi per la Gn dei Canederli del Calendario del Cibo Italiano mi è tornata in mente una ricetta che avevo proposto per una sfida Mtc. Dico subito che, pur non avendola vinta, avevo portando a casa una vittoria molto ambita: il riscatto da una figuraccia.

Qualche anno fa avevo avuto la bella pensata di prepararli alla ragazza di mio figlio, la sua mamma è meranese e prepara canedarli perfetti. In quell’occasione al posto della solita e collaudata ricetta, cercai quella “originale” dei canederli altoatesini che, e sa il cielo dov’ero andata a pescarla, una volta calati nel brodo si erano praticamente sciolti, e qui mi taccio che è meglio.

Grazie alla sfida di cui sopra, complice una perfetta ricetta di canederli ampezzani, ho potuto rifarmi e rifarli più volte con animo leggero. VITTORIA!!!

Agli ingredienti di base ho aggiunto zafferano e porcini, il loro gusto e aroma si fondono insieme alla perfezione.

Qualche giorno prima, ho fatto il pane e tenuto da parte alcune fette per renderle rafferme, qui trovate la ricetta.

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300 g pane raffermo, a dadini – 1cm max
200 ml latte intero
2 uova
70 g parmigiano a dadini – 1cm max
150 g  funghi porcini
1 cucchiaio di prezzemolo tritato
1 cucchiaino raso di sale fino
1 cucchiaio colmo farina debole
1 scalogno
1 bustina di zafferano
1 cucchiaio di Olio Extra Vergine d’Oliva
Brodo di carne oppure Brodo Vegetale

Canederli crudi

Ho sbattuto leggermente il  latte con le uova e versato il composto sul pane tagliato, ho mescolato e lasciato riposare per mezz’ora.

Di seguito ho sminuzzato i funghi, tagliato lo scalogno e in pochissimo olio ho stufato il tutto aggiungendo un po’ di sale e poca acqua giusto per non far attaccare la preparazione che deve rimanere asciutta. Lascio intiepidire.

Nella ciotola dove riposa il pane aggiungo tutti gli ingredienti avendo cura di sciogliere lo zafferano in poca acqua.

Formo delle palline di circa 5 cm. di diametro, saranno un po’ appiccicose ma non troppo, le lascio riposare sul tagliere 15 minuti e le cuocio nel brodo caldo per 7/8 minuti.

Lenticchie di Colfiorito in umido

Un nuovo anno sta iniziando e mi auguro che sia per ognuno di noi fantastico e ricco di cose belle. Dobbiamo essere propositivi sempre e comunque perchè, come ho letto tempo fa, non ci si deve limitare a contare i giorni ma far si che i giorni contino.

lenticchie

In questo giorno di festa la tradizione culinaria prevede si mangino le lenticchie, legumi molto versatili che si prestano ad essere preparati tutto l’anno. Leggete queste mie ricette qui qui per esempio.

Una varietà in particolare di piccole lenticchie dai diversi colori, rosse, gialle e verdi, si coltiva sull’Altipiano di Colfiorito, a cavallo tra Umbria e Marche, ed hanno la caratteristica di essere molto tenere, non necessitano di ammollo e si cuociono velocemente. Vantano inoltre ottime proprietà nutrizionali, sono depurative, antidepressive e, grazie alla tiamina, favoriscono la memorizzazione. Ma la loro migliore  virtù è che sono buone buone!!!

Le lenticchie di Colfiorito danno il loro meglio se gustate in umido, una ricetta semplice che ben si abbina al cotechino oppure allo zampone e, restringendo un po’ il sugo, ottime per condire la pasta ed ottenere un gustoso piatto completo ed equilibrato.

lenticchie crude

200 g di lenticchie di Colfiorito
1 ciuffo di prezzemolo
1 carota piccola
1/2 costa di sedano
1 cipolla dorata
1 spicchio d’aglio
200 gr di pomodori pelati
olio Extra Vergine d’Oliva
1 lt di brodo vegetale 
sale

Tritare finemente il prezzemolo come pure la cipolla, il sedano e  la carota. In una casseruola versare un paio di cucchiai d’olio, il trito di verdure, l’aglio e cuocere per qualche minuto bagnando con poco brodo vegetale. Aggiungere le lenticchie, ben sciacquate, ed i pomodori pelati.

Versare altro brodo vegetale, aggiustare di sale e mettere il coperchio. Mescolare di tanto in tanto portando il tutto a cottura, ci vorranno 30 minuti al massimo. Togliere l’aglio.

Servire e condire con un giro d’olio a crudo.

Se poi volete scoprire altre varietà di lenticchie, sono molteplici, oggi per la Gn delle lenticchie del Calendario del Cibo Italiano ne avete la possibilità.

 

 

Avvento Mtc la ghirlanda di Natale: Norvegian Julekake e…

Norvegian Julekake

Che Natale sarebbe senza una bella ghirlanda profumata e luccicante?

Se poi si può anche mangiare, dopo averle fatto fare una splendida figura come centrotavola della festa, è un ottimo motivo in più per prepararla.

Oggi il Calendario dell’Avvento ci porta nella magia del Natale presentando una splendida serie di ghirlande commestibili che ci faranno fare un giro del mondo nelle diverse tradizioni.

La ghirlanda nella foto l’ho preparata io, è un pane natalizio tradizionale norvegese che si usa mangiare nei giorni successivi le festività a colazione.

Questa splendida, buonissima e molto scenografica ricetta la trovate insieme ad altre meravigliose ghirlande commestibili cliccando Ghirlande di Natale.

Lussekatter svedesi

Lussekatter

I Lussekatter, i gattini di Santa Lucia, sono piccole e deliziose brioschine dolci allo zafferano, simbolo di luce, che si preparano il 13 dicembre in Svezia.

Santa Lucia è festeggiata soprattutto in Nord Europa e la tradizione svedese è sicuramente la più nota. Il sito ufficiale del turismo svedese spiega come sia stata introdotta dall’aristocrazia nel ‘700, e prevedeva che la figlia maggiore vestisse i panni di Lucia, accompagnata dai fratellini minori, quali paggetti, servendo la colazione a letto ai genitori la mattina del 13 dicembre.

A Stoccolma ogni anno, dal 1927, si tiene un concorso per eleggere la “Lucia più bella”, e durante la settimana che porta al 13 dicembre, in diversi luoghi della città si può assistere alla processione di “Sankta Lucia” che, con in testa una corona di candele accese, viene seguita da damigelle e paggetti vestiti in abito bianco ed una fascia rossa intorno alla vita.

Intonando canzoni natalizie portano la luce, per combattere l’oscurità delle corte giornate invernali, e dolci allo zafferano.

I Lussekkatter si preparano dando loro le forme più svariate, la più nota è quella a “S” derivante da vecchi motivi dell’Eta del Bronzo, usati per i gioielli, che ricordano le code dei gatti.

Per 25 pezzi circa, dipende dalla grandezza che vorrete ottenere.

250 g farina 0
1 cucchiaio di burro morbido
1/4 di tazza di latte
6 g lievito di birra
1 bustina di zafferano
1/2 tazza di zucchero
1 generoso pizzico di sale
2 uova
uva passa

Intiepidire il latte e dividerlo in due ciotole. Nella prima stemperare il lievito di birra, nell’altra lo zafferano e lo zucchero.

Sulla spianatoia fare una fontana con la farina, aggiungere i liquidi, 1 uovo ed il burro.

Lavorare l’impasto fino a che non diventa liscio e non appiccicoso, nel caso aggiungere poca farina.

Coprire con un canovaccio e riporre in un luogo caldo a lievitare per almeno un paio di ore.

Riprendere l’impasto sulla spianatoia, sgonfiarlo e fare tanti piccoli salsicciotti ai quai dare la forma di “S” e metterli distanziati tra loro su una placca rivestita di carta forno.

Sbattere l’uovo restante, spennellare la superficie dei lussekatter ed inserire l’uvetta, precedentemente ammollata, nelle spirali.

Lasciar lievitare ancora mezz’ora.

Infornare a 180° per 10 minuti.

crudi

 

 

Pangiallo laziale

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Dal 17 al 23 Dicembre nell’antica Roma si festeggiavano i Saturnalia” ossia la festa dedicata al dio Saturno, il dio dell’età dell’oro”, l’età in cui tutti gli uomini vivevano in pace e senza bisogno di lavorare. 
Iniziavano con dei riti religiosi davanti al tempio di Saturno ed agli schiavi era concessa completa libertà, tanto che potevano bere ed essere addirittura serviti dai loro padroni. Inoltre si scambiavano doni e dolci dorati poiché, essendo questo il periodo del solstizio d’inverno, erano un buon augurio per il ritorno del sole.
Il dolce in onore del “Sol invictus“, il sole mai vinto, tramandato sino ai giorni nostri è il Pangiallo, che veniva tinto con il color del sole (farina, acqua e zafferano) e impastato senza lievito e zucchero perchè all’epoca non si conoscevano. Non si usava mettere nemmeno il cioccolato oppure i pistacchi  per lo stesso motivo.
L’antica ricetta non ci è pervenuta, ma un manoscritto del XVIII sec., conservato nell’archivio di Viterbo, spiega proprio l’utilizzo dello zafferano per dare al dolce il colore giallo intenso.  

Questa festa era così cara ai romani che continuarono a celebrarla anche dopo l’avvento del cristianesimo e del cattolicesimo. Si dice infatti che la Chiesa, per ovviare al problema, decise di spostare la data di nascita di Gesù al 25 Dicembre, festa del Sol invictus.

Quest’oggi per la Gn dei pani dolci del Calendario del Cibo Italiano vi spiego come prepararlo e, anche se non siete di Roma o vivete in Lazio, potrete gustarlo e donarlo come gli antichi romani, e chissà che questo Natale non risplenda di più.

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150 g mandorle
150 g nocciole tostate
250 g noci sgusciate
75 g pistacchi o pinoli (io pinoli)
8 fichi secchi
3 cucchiai uva sultanina
1 cucchiaio cacao amaro
2 cucchiai zucchero
250 g miele
159 g farina

per la copertura gialla:
2 cucchiai farina
1 bustina di zafferano
1 cucchiaio olio
1 cucchiaio acqua

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Accendere il forno a 150° e ricoprire una teglia con carta forno.
In una ciotola mescolare farina, zucchero e cacao ed unire il miele leggermente riscaldato per renderlo fluido.

Aggiungere tutta la frutta secca, i fichi tagliati in più parti, l’uvetta ammollata in acqua calda e le mandorle non spellate.

Con l’aiuto di due cucchiai mescolare e finire d’impastare con le mani in modo da amalgamare bene il tutto e renderlo il più omogeneo possibile.

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Aiutandosi con un cucchiaio bagnato togliere l’impasto dalle mani, inumidirle per prendere un pò d’impasto alla volta e formare una palla cercando di comprimere il più possibile.

Metterle nella teglia, io ne ho fatte 4 piccole, e schiacciarle dando loro un’idea di cupola.

Preparare la copertura mescolando in una ciotolina la farina con lo zafferano, l’olio e l’ acqua al fine di ottenere una pastella abbastanza densa ma spalmabile sulla superficie delle cupole facendole così diventare gialle.

Infornare a metà altezza per almeno un’ora, regolatevi con il vostro forno.

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