Lenticchie di Colfiorito in umido

Un nuovo anno sta iniziando e mi auguro che sia per ognuno di noi fantastico e ricco di cose belle. Dobbiamo essere propositivi sempre e comunque perchè, come ho letto tempo fa, non ci si deve limitare a contare i giorni ma far si che i giorni contino.

lenticchie

In questo giorno di festa la tradizione culinaria prevede si mangino le lenticchie, legumi molto versatili che si prestano ad essere preparati tutto l’anno. Leggete queste mie ricette qui qui per esempio.

Una varietà in particolare di piccole lenticchie dai diversi colori, rosse, gialle e verdi, si coltiva sull’Altipiano di Colfiorito, a cavallo tra Umbria e Marche, ed hanno la caratteristica di essere molto tenere, non necessitano di ammollo e si cuociono velocemente. Vantano inoltre ottime proprietà nutrizionali, sono depurative, antidepressive e, grazie alla tiamina, favoriscono la memorizzazione. Ma la loro migliore  virtù è che sono buone buone!!!

Le lenticchie di Colfiorito danno il loro meglio se gustate in umido, una ricetta semplice che ben si abbina al cotechino oppure allo zampone e, restringendo un po’ il sugo, ottime per condire la pasta ed ottenere un gustoso piatto completo ed equilibrato.

lenticchie crude

200 g di lenticchie di Colfiorito
1 ciuffo di prezzemolo
1 carota piccola
1/2 costa di sedano
1 cipolla dorata
1 spicchio d’aglio
200 gr di pomodori pelati
olio Extra Vergine d’Oliva
1 lt di brodo vegetale 
sale

Tritare finemente il prezzemolo come pure la cipolla, il sedano e  la carota. In una casseruola versare un paio di cucchiai d’olio, il trito di verdure, l’aglio e cuocere per qualche minuto bagnando con poco brodo vegetale. Aggiungere le lenticchie, ben sciacquate, ed i pomodori pelati.

Versare altro brodo vegetale, aggiustare di sale e mettere il coperchio. Mescolare di tanto in tanto portando il tutto a cottura, ci vorranno 30 minuti al massimo. Togliere l’aglio.

Servire e condire con un giro d’olio a crudo.

Se poi volete scoprire altre varietà di lenticchie, sono molteplici, oggi per la Gn delle lenticchie del Calendario del Cibo Italiano ne avete la possibilità.

 

 

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Brodo di carne

brodo

Nei giorni di festa a casa non può mancare il brodo per i tortellini, oppure per un consommé serale dopo una giornata di libagioni. Benchè non sia una preparazione particolarmente difficoltosa, necessita comunque di attenzione ed un giusto tempo di preparazione per ottenere un buon risultato.

Una volta pronto lo si può congelare per utilizzi futuri, insaporire fondi di cottura o preparare risotti importanti.

Per ottenere un brodo ricco di sapore e nutrienti si cuoce la carne partendo dall’acqua fredda, la carne rimarrà un po’ fibrosa, comunque ottima per ripieni o polpettoni.

Volendo invece ottenere un buon lesso e un brodo più leggero, partite dagli stessi ingredienti, ma le carni inseritele quando l’acqua sarà a bollore.

Vi ricordo anche che per avere sotto mano un veloce e saporito brodo vegetale, qui vi spiego come fare.

Bollito 1

Per circa 2 lt di brodo

500 g di carne di manzo e biancostato
1/2 gallina nostrana o cappone
2 carote
1 costa di sedano
1 cipolla dorata
1 patata media
grani di pepe nero
2 foglie d’alloro
3,5 lt d’acqua
sale

In una pentola capiente porre le carni, tutte le verdure mondate, le foglie d’alloro, qualche grano di pepe, aggiungere l’acqua e portare a bollore. Abbassare la fiamma e schiumare la preparazione.

Lasciare sobbollire, coperchiando parzialmente, e cuocere per 3 ore. A metà cottura salare, non fatelo prima per non rischiare di insaporire troppo il brodo che si restringerà parecchio.

Filtrare il tutto, lasciare raffreddare e riporre in frigorifero. Il giorno successivo si sarà formata una leggera patina di grasso che, affiorando in superficie, potrete togliere agevolmente.

Il brodo è pronto.

 

Purceddhruzzi o Purcidduzzi pugliesi

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In Puglia sono i Purceddhruzzi o Purcidduzzi, in Campania li chiamano Struffoli mentre in Calabria è la Pignolata. Il procedimento varia di poco, si utilizza l’olio al posto del burro e non vi sono le uova, in compenso sono accomunati dalla bontà. Uno tira l’altro, anche perchè sono appicicosetti e per colpa del miele siamo obbligati a prenderne più di uno alla volta 😉

Solitamente si preparano per le festività natalizie ma anche a Carnevale, preparati in anticipo si possono conservare a temperatura ambiente per più giorni.

500 g di farina 0
100 ml di olio extravergine di oliva
1/2 bustina di lievito per dolci
100 ml di vino bianco oppure di alcol buongusto
3 mandarini
un pizzico di sale
olio per friggere
miele
zucchero semolato
mandorle
cioccolato fondente

Purceddhruzzi

Sulla spianatoia versare la farina setacciata con il lievito, unire l’olio, il vino bianco, il sale ed infine il succo dei mandarini. Amalgamare il tutto molto bene, si dovrà ottenere un impasto liscio e setoso, lasciare riposare per un’ora.

Dividere la pasta in più parti e formare dei rotolini di circa un centimetro di diametro, tagliare con un coltello in piccoli pezzi da un centimetro.

Mettere sul fuoco un pentolino con l’olio e portarlo a temperatura; per questa operazione io faccio la prova stuzzicadenti, lo immergo e se frigge vuol dire che è pronto. Tuffare pochi purceddhruzzi alla volta, girarli delicatamente e porli sulla carta assorbente appena diventano dorati.

In una padella versare abbondante miele, quando inizia a schiumare versare un cucchiaio di zucchero e un pochino di acqua. Mescolare per bene finché non sarà tutto sciolto, liquido e senza schiuma. A questo punto versare dentro i purceddhruzzi e mescolare molto delicatamente in modo da far attaccare bene il miele.

Disporli su un vassoio dando loro una forma a cupola e decorare come più vi piace, codette colorate, zuccherini, canditi. Oppure fate come me che ho tritato mandorle e cioccolato fondente in parti uguali.

Gn degli struffoli e della pignolata per il Calendario del cibo italiano

Avvento Mtc la ghirlanda di Natale: Norvegian Julekake e…

Norvegian Julekake

Che Natale sarebbe senza una bella ghirlanda profumata e luccicante?

Se poi si può anche mangiare, dopo averle fatto fare una splendida figura come centrotavola della festa, è un ottimo motivo in più per prepararla.

Oggi il Calendario dell’Avvento ci porta nella magia del Natale presentando una splendida serie di ghirlande commestibili che ci faranno fare un giro del mondo nelle diverse tradizioni.

La ghirlanda nella foto l’ho preparata io, è un pane natalizio tradizionale norvegese che si usa mangiare nei giorni successivi le festività a colazione.

Questa splendida, buonissima e molto scenografica ricetta la trovate insieme ad altre meravigliose ghirlande commestibili cliccando Ghirlande di Natale.

L’Avvento dei Trifle per l’MTC Gordon’s Christmas Trifle

Trifle

Lo so, lo so non è ancora arrivato Natale e già ho aperto un panettone, leggete e sono sicura che saprete comprendermi oltre che apprezzare il gesto.

Si perchè vi spiego cosa fare quando vi avanzerà (?!?!) del panettone per consumarlo al meglio 😉

La ricetta, suggerita da Susy per il Club del 27, è di quel diavolo scozzese di Gordon Ramsay che, dopo una carriera come calciatore, a causa di un incidente al ginocchio si è reinventato per diventare uno chef stellato.

Il Trifle è un dolce al cucchiaio della tradizione inglese, precisamente del periodo vittoriano, veniva originariamente servito al piatto, stratificando un ingrediente sopra l’altro, con conseguente guazzabuglio visivo. Nel tempo è stato ingentilito e reso più sofisticato servito anche in coppe individuali, utilizzando dei bicchieri trasparenti o contenitori di vetro per dar modo agli strati del dolce di essere ben visibile. Vi sono diverse versioni di Trifle, con la frutta, quelli alcolici, con la marmellata o la gelatina, ma tutti accomunati da una base di pan di spagna, crema e panna.

Gordon Ramsey lo ha reso decisamente festaiolo utilizzando un bicchiere da Martini ed il nostro panettone milanese per creare una delizia decisamente calorica, ma alla dieta ci penseremo un’altra volta.

Ingredienti per 4 bicchieri:

250 g mascarpone
6 cucchiai di zucchero a velo
1/2 bicchiere di liquore cremoso tipo Baileys
2 cucchiaini di cannella
scorza d’arancia q.b.
2 fette di panettone classico (con canditi e uvetta)
una spruzzata di Brandy
100 ml panna liquida da montare
cioccolato fondente q.b.
zucchero a velo per decorare

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In una ciotola mettete il mascarpone, con lo zucchero a velo, il liquore cremoso tipo Baileys, la scorza d’arancia grattugiata e la cannella.
Amalgamate bene il tutto. Montate la panna ed unitela al mascarpone. Tagliate il panettone a cubetti, metteteli in una ciotola ed irrorateli con del Brandy, mescolate e passate alla composizione del bicchiere.
Mettete una porzione di crema sul fondo del bicchiere, aggiungete uno strato di panettone, ancora un altro strato di crema e poi ancora il panettone.
Con un cucchiaio immerso in una bacinella con acqua caldissima, fate delle quenelle di crema al mascarpone e mettetele sopra al panettone.
Grattate abbondante cioccolato fondente e spolverate con zucchero a velo.

Ma non finisce qui, lustratevi gli occhi con questa carrellata di trifle, le ricette le trovate tutte nel Calendario dell’Avvento

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Lussekatter svedesi

Lussekatter

I Lussekatter, i gattini di Santa Lucia, sono piccole e deliziose brioschine dolci allo zafferano, simbolo di luce, che si preparano il 13 dicembre in Svezia.

Santa Lucia è festeggiata soprattutto in Nord Europa e la tradizione svedese è sicuramente la più nota. Il sito ufficiale del turismo svedese spiega come sia stata introdotta dall’aristocrazia nel ‘700, e prevedeva che la figlia maggiore vestisse i panni di Lucia, accompagnata dai fratellini minori, quali paggetti, servendo la colazione a letto ai genitori la mattina del 13 dicembre.

A Stoccolma ogni anno, dal 1927, si tiene un concorso per eleggere la “Lucia più bella”, e durante la settimana che porta al 13 dicembre, in diversi luoghi della città si può assistere alla processione di “Sankta Lucia” che, con in testa una corona di candele accese, viene seguita da damigelle e paggetti vestiti in abito bianco ed una fascia rossa intorno alla vita.

Intonando canzoni natalizie portano la luce, per combattere l’oscurità delle corte giornate invernali, e dolci allo zafferano.

I Lussekkatter si preparano dando loro le forme più svariate, la più nota è quella a “S” derivante da vecchi motivi dell’Eta del Bronzo, usati per i gioielli, che ricordano le code dei gatti.

Per 25 pezzi circa, dipende dalla grandezza che vorrete ottenere.

250 g farina 0
1 cucchiaio di burro morbido
1/4 di tazza di latte
6 g lievito di birra
1 bustina di zafferano
1/2 tazza di zucchero
1 generoso pizzico di sale
2 uova
uva passa

Intiepidire il latte e dividerlo in due ciotole. Nella prima stemperare il lievito di birra, nell’altra lo zafferano e lo zucchero.

Sulla spianatoia fare una fontana con la farina, aggiungere i liquidi, 1 uovo ed il burro.

Lavorare l’impasto fino a che non diventa liscio e non appiccicoso, nel caso aggiungere poca farina.

Coprire con un canovaccio e riporre in un luogo caldo a lievitare per almeno un paio di ore.

Riprendere l’impasto sulla spianatoia, sgonfiarlo e fare tanti piccoli salsicciotti ai quai dare la forma di “S” e metterli distanziati tra loro su una placca rivestita di carta forno.

Sbattere l’uovo restante, spennellare la superficie dei lussekatter ed inserire l’uvetta, precedentemente ammollata, nelle spirali.

Lasciar lievitare ancora mezz’ora.

Infornare a 180° per 10 minuti.

crudi

 

 

Pangiallo laziale

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Dal 17 al 23 Dicembre nell’antica Roma si festeggiavano i Saturnalia” ossia la festa dedicata al dio Saturno, il dio dell’età dell’oro”, l’età in cui tutti gli uomini vivevano in pace e senza bisogno di lavorare. 
Iniziavano con dei riti religiosi davanti al tempio di Saturno ed agli schiavi era concessa completa libertà, tanto che potevano bere ed essere addirittura serviti dai loro padroni. Inoltre si scambiavano doni e dolci dorati poiché, essendo questo il periodo del solstizio d’inverno, erano un buon augurio per il ritorno del sole.
Il dolce in onore del “Sol invictus“, il sole mai vinto, tramandato sino ai giorni nostri è il Pangiallo, che veniva tinto con il color del sole (farina, acqua e zafferano) e impastato senza lievito e zucchero perchè all’epoca non si conoscevano. Non si usava mettere nemmeno il cioccolato oppure i pistacchi  per lo stesso motivo.
L’antica ricetta non ci è pervenuta, ma un manoscritto del XVIII sec., conservato nell’archivio di Viterbo, spiega proprio l’utilizzo dello zafferano per dare al dolce il colore giallo intenso.  

Questa festa era così cara ai romani che continuarono a celebrarla anche dopo l’avvento del cristianesimo e del cattolicesimo. Si dice infatti che la Chiesa, per ovviare al problema, decise di spostare la data di nascita di Gesù al 25 Dicembre, festa del Sol invictus.

Quest’oggi per la Gn dei pani dolci del Calendario del Cibo Italiano vi spiego come prepararlo e, anche se non siete di Roma o vivete in Lazio, potrete gustarlo e donarlo come gli antichi romani, e chissà che questo Natale non risplenda di più.

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150 g mandorle
150 g nocciole tostate
250 g noci sgusciate
75 g pistacchi o pinoli (io pinoli)
8 fichi secchi
3 cucchiai uva sultanina
1 cucchiaio cacao amaro
2 cucchiai zucchero
250 g miele
159 g farina

per la copertura gialla:
2 cucchiai farina
1 bustina di zafferano
1 cucchiaio olio
1 cucchiaio acqua

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Accendere il forno a 150° e ricoprire una teglia con carta forno.
In una ciotola mescolare farina, zucchero e cacao ed unire il miele leggermente riscaldato per renderlo fluido.

Aggiungere tutta la frutta secca, i fichi tagliati in più parti, l’uvetta ammollata in acqua calda e le mandorle non spellate.

Con l’aiuto di due cucchiai mescolare e finire d’impastare con le mani in modo da amalgamare bene il tutto e renderlo il più omogeneo possibile.

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Aiutandosi con un cucchiaio bagnato togliere l’impasto dalle mani, inumidirle per prendere un pò d’impasto alla volta e formare una palla cercando di comprimere il più possibile.

Metterle nella teglia, io ne ho fatte 4 piccole, e schiacciarle dando loro un’idea di cupola.

Preparare la copertura mescolando in una ciotolina la farina con lo zafferano, l’olio e l’ acqua al fine di ottenere una pastella abbastanza densa ma spalmabile sulla superficie delle cupole facendole così diventare gialle.

Infornare a metà altezza per almeno un’ora, regolatevi con il vostro forno.

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Risotto alla milanese yin e yang

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Il ris giald è un piatto tipico della cucina milanese le cui origini risalgono al Medioevo grazie ad un vetraio belga. E’ il 1574 quando Valerio di Frianda, lavorando alle vetrate del Duomo di Milano, per il matrimonio della figlia fece aggiungere a un risotto bianco al burro dello zafferano. La spezia infatti veniva utilizzata dai vetrai per ottenere una particolare colorazione gialla dei vetri.

Lo zafferano, Crocus Sativus, è una pianta bulbosa perenne che possiede foglie di colore verde intenso e splendidi fiori di colore violaceo a sei petali. Lo stimma è composto da tre filamenti di colore rosso scarlatto, e sono proprio questi filamenti a conferire colore e aroma alle preparazioni. Lo zafferano utilizzato mi è stato gentilmente fornito da Anna Zerbi dell’azienda agricola Bramante, una piccola realtà sita nel Parco del Ticino.

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La ricetta del risotto alla milanese si è mantenuta intatta nel tempo.

Io la propongo con due mantecature differenti. Una classica burro e formaggio, l’altra con solo burro aromatizzato che ho preparato seguendo le indicazioni del grande chef milanese, Gualtiero Marchesi, che preferisce in questo modo non coprire il gusto del risotto con il formaggio senza però dover rinunciare alla mantecatura appunto.

Il mio risotto mi piace definirlo yin e yang, cioè due entità opposte e complementari che formano la totalità del piatto.

Lo presento quest’oggi  nella Gn del risotto alla milanese che apre ad un nuovo contest, al quale partecipo, del Calendario del Cibo Italiano dove il risotto alla milanese viene contaminato da un ingrediente del territorio tipico dei partecipanti. Nel mio caso ho dato risalto estremo alla ricetta in se, milanese milanese. Come ogni contest che si rispetti saremo valutate “dall’occhio del “cuore” da Anna Zerbi, dalla “competenza” della Chef Sara Preceruti del ristorante Acquada e Ambasciatrice del Gusto dell’Associazione Maestro Martino e dalla “curiosa golosità“ di Laura del Calendario del cibo italiano”.

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Ingredienti per 4 persone

300 g riso Carnaroli Riserva San Massimo
80 g  burro
20 g Parmigiano reggiano grattugiato
5 g stimmi di zafferano
1 cipolla media tritata
2 dl vino bianco secco
1 l brodo di carne
sale

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Mettere gli stimmi di zafferano in un tazzina con un pò di acqua tiepida un’ora prima d’iniziare la preparazione, per avere un buon rilascio di colore.

Rosolare la cipolla tritata, tranne mezzo cucchiaio, con 20 g di burro e far tostare il riso.
Aggiungere 1 dl di vino bianco secco, lasciar evaporare ed aggiungere lo zafferano. Bagnare con il brodo bollente e portare a cottura mescolando di tanto in tanto.

Nel frattempo, in una piccola casseruola a parte, far sudare la restante cipolla in 10 grammi di burro. Aggiungere il decilitro di vino e lasciar ridurre per metà il liquido, inserire il burro rimasto e mescolare bene. Filtrare la salsa attraverso un colino.

A cottura ultimata regolare di sale e mantecare metà riso con la salsa preparata e l’altra metà con il burro e formaggio.

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“Questa ricetta è stata realizzata in collaborazione con l’azienda agricola Bramante di Vigevano”

 

I 100 menù di Luigi Veronelli: “L’accoppiata” (tortino di patate, coniglio alla vogherese e coppa monastica)

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Luigi Veronelli era un noto gastronomo, enologo, scrittore ma soprattutto un appassionato di cibo e di vita, una delle figure centrali nella valorizzazione e nella diffusione del patrimonio enogastronomico italiano.

Fu protagonista televisivo negli anni ’70riconoscibile dai suoi occhialoni spessi, raccontava sapientemente la cucina dando dimostrazione di appassionata conoscenza. Benchè non fosse un sommelier, ma un fine conoscitore di vini, fu l’uomo che ha inventato il vino italiano come lo conosciamo. «L’ultimo dei vini artigianali sarà sempre migliore del primo dei vini industriali, perché avrà un’anima» (Luigi Veronelli in Il canto della Terra).

E’ sua l’idea che i Comuni debbano valorizzare il proprio territorio attraverso le produzioni artigianali ed agricole, da cui la proposta di legge approvata dal Parlamento nel 2001. Le De.Co., Denominazioni Comunali, uno strumento pubblico di salvaguardia e promozione dei giacimenti gastronomici” d’Italia.

Non un giornalista ma prima di tutto un editore, non un saggio ma un filosofo: un anarcoenologo, una definizione datagli e decisamente calzante. Ha inventato i presìdi, smascherato le frodi sull’olio extravergine di oliva e scritto pagine di analisi politica applicata ai prodotti della terra.

Oggi si celebra la Gn di Luigi Veronelli  per il Calendario del Cibo Italiano, e da uno dei suoi libri più famosi ho tratto un menù che rappresenta il suo modo di intendere la cucina, semplice ed in grado di essere replicata nelle nostre case.

Per questi piatti proposti, l’autore suggerisce di bere un buon vino “rosso fresco e di gran carattere” a tutto pasto, gelato escluso. Ho scelto un Marzemino e ve ne parlo subito dopo le ricette.

Tortino di patate

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600 g patate
200 g Parmigiano Reggiano grattugiato
100 g burro
250 ml latte
noce moscata
sale

Lavare e lessare molto al dente le patate, pelarle e tagliarle a fette.

In una pirofila versare poco latte e disporre un primo stato di patate, cospargere di formaggio, fiocchetti di burro, noce moscata e sale. Fare tanti strati sino ad esaurimento degli ingredienti.

Bagnare con il restante latte, formaggio e burro per completare.

Accendere il forno a 190°, infornare per 20 minuti sino a gratinatura.

Coniglio alla vogherese

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1 coniglio tagliato in pezzi
6 peperoni
80 g burro
2 cucchiai olio Evo
1 dl aceto di vino rosso
6 filetti d’acciuga dissalati
2 spicchi aglio
1 mazzetto di odori (prezzemolo, salvia e rosmarino)
brodo di carne
sale

Lavare asciugare il coniglio. Abbrustolire i peperoni, spellarli e tagliarli a striscioline.

Il una padella sciogliere 50 g di burro, adagiare gli odori e far soffriggere brevemente, aggiungere il coniglio, salare e farlo ben rosolare.

Togliere il fondo di cottura e ricoprire quasi a filo il coniglio con il brodo, coperchiare e cuocere per un’ora e mezza circa a fuoco moderato. Se asciuga troppo aggiungere brodo.

In un pentolino a parte versare l’olio, aggiungere il burro rimasto e far rosolare l’aglio. Stemperare le acciughe e sfumare con l’aceto.

Un quarto d’ora prima di togliere il coniglio dal fuoco, eliminare il mazzetto di odori ed aggiungere la salsina di acciughe, successivamente anche i peperoni, rigirare delicatamente spegnere e servire i pezzi di coniglio ben caldi ricoperti dai filetti di peperone e dalla salsa di cottura.

Coppa monastica

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200 g gelato alla vaniglia
1 cucchiaio burro
100 g cioccolato fondente
6 gherigli di noce tritati grossolanamente
Cialdine o lingue di gatto

In una casseruola sciogliere, a fuoco dolce, il burro con il cioccolato ed aggiungere le noci tritate. Porzionare nelle coppette il gelato e versare la salsa di cioccolato ben calda, guarnire con cialdine o lingue di gatto.

 

Luigi Veronelli

Ed accomi al vino Marzemino, citato anche da Mozart che ne celebra la bontà nel suo Don Giovanni: “Versa il vino, eccellente Marzemino!”.

Pare abbia natali controversi, alcuni lo danno per originario della Carinzia, per altri proverrebbe dal Padovano. In trentino, nella Vallagarina, la leggenda narra che l’uva marzemino sia stata importata in Italia da una antichissima città chiamata Merzifon, sul Mar Nero. Indagini storiche, invece, mostrano le sue origini a partire dal Caucaso per toccare la Grecia, la Dalmazia e quindi l’Italia, dove le truppe della Serenissima portarono le prime barbatelle di Marzemino in Trentino, durante la dominazione veneziana nel 1500.

Ho aperto una bottiglia di Marzemino trentino, giovane ed in versione ferma con una non elevata quantità di tannini ed aroma fruttato e persistente. Piacevole a tutto pasto.

 

 

Il pane dolce del Sabato… ciao Michael

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Cara Eleonora, può esistere un legame d’amicizia e d’affetto con una persona che non si è mai incontrata e con la quale al massimo hai scambiato un decina di frasi nel corso degli anni? La risposta è si!

La community della quale faccio parte ne è un esempio, non ci conosciamo di persona tutti quanti e viviamo in diversi paesi nel mondo. Tuttavia, grazie alla comune passione culinaria ci troviamo virtualmente per chiacchierare, ridere della nostra quotidianità, anche discutere animatamente. Questa volta però è diverso, ci stringiamo forte tutti insieme per salutare uno dei protagonisti eccellenti di questo gruppo eterogeneo e quanto mai variegato, Michael.

Il ricordo che mi accompagna pensando a lui è dolce poichè parla di miele, ingrediente principale di una sfida, un alimento che proprio Michael mi ha fatto riscoprire e conoscere approfonditamente. Per non parlare poi di tutti gli interventi e le esaustive delucidazioni che ci dava in merito all’alimentazione ed alla salute.

Ma questo non sarebbe mai accaduto se, proprio tu Eleonora, non ci avessi portato virtualmente da New Delhi a Tel Aviv dove ci hai presentato il Dr. Michael Ilan Meyers, 1 metro e 96 centimetri di follia, per usare le tue parole. Professore oncologo, esperto in nutrizione clinica e splendida persona, aggiungo io.

Ho impastato questo tuo pane dolce con le lacrime agli occhi, pensando al tuo dolore, ma ho anche brindato a Michael poichè è quello che lui ci ha chiesto di fare.

L’augurio che faccio a te, ma anche a me stessa, è di continuare ad intrecciare per tanto tempo ancora legami d’amicizia ricordandoci sempre che al nostro passaggio ci lasciamo dietro una scia di luce che rischiara chi ci sta accanto.

Ti abbraccio affettuosamente, Rossella.

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Ricetta di Eleonora Colagrosso

250 g farina 0
1 uovo (circa 30 g con il guscio)
50 g zucchero
10 g lievito di birra
60 ml acqua tiepida
65 ml olio extra vergine d’oliva
5 g sale
50 g uva passa
un tuorlo d’uovo
un cucchiaio di acqua
semi di sesamo e papavero

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Prima di tutto e importantissimo, setacciare la farina.
Sciogliere il lievito nell’acqua tiepida insieme a un cucchiaino di zucchero e far riposare una decina di minuti fino a far formare una schiuma. Mischiare la farina, il sale e lo zucchero e versarci il lievito e cominciare ad impastare, versare poi l’olio e per ultimo l’uovo. Lavorare fino a che l’impasto si stacchi perfettamente dalla ciotola, lasciandola pulita.
Lasciar lievitare per almeno due ore, dopodichè, sgonfiare l’impasto e tagliarlo in tre  parti.
Stendere su un piano infarinato ognuna delle parti lunghe circa 35 centimetri e larghe 15. Spargere l’uva passa sulle tre parti.
Arrotolarle poi sulla lunghezza, in modo da ottenere tre lunghi “salsicciotti”, unirli da un capo e cominciare ad intrecciare.
Adagiare la treccia su una placca da forno unta di olio. Lasciare lievitare ancora due ore.
Sbattere il tuorlo d’uovo con un cucchiaio di acqua e spennellarlo sulla superficie; spolverare di semi di sesamo o papavero.

Infornare in forno già caldo e STATICO a 200°C per circa 15-20 minuti.

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 E raccontarono: noi arrivammo nel paese dove tu ci mandasti, 
ed è davvero un paese dove scorre il latte e il miele,  
ed ecco i suoi frutti.” 
Numeri 13:27
ויספרו־לו ויאמרו באנו אל־הארץ אשר”
 “שלחתנו וגם זבת חלב ודבש הוא וזה־פריה׃
במדבר 13:27